Note arrabbiate

Prendiamo spunto per questa nuova monografia da un evento al quale abbiamo assistito personalmente: il 25 gennaio 2005 l’amico Michele Bovi presentava alla Feltrinelli di via del Corso a Roma il suo libro “Anche Mozart copiava”, vera Summa Teologica dei plagi in secula seculorum, e l’autore di queste povere pagine, invitato dall’illustre autore assisteva al nuovo round di un’accesa disputa che comincia dal lontano 1968 ed ha per oggetto una paternità. Non si tratta di paternità biologica, ma il calore e l’accanimento messo nella disputa crediamo non siano inferiori a quelli eventualmente profusi per rivendicare la legittimità di un erede. La creatura in oggetto era una canzone, “Casa Bianca”, ed i contendenti due grandi esponenti della musica italiana, Don Backy e Mariano Detto. Più avanti andremo ad approfondire i dettagli di questa disputa. E’ solo un esempio di una infinita serie di liti, vendette, sordi rancori, abbandoni e pacificazioni nel mondo della canzone italiana. Vediamone alcuni.

VILLA – MODUGNO
Tra i due si sviluppò un’acerrima rivalita, il “reuccio” della canzone, emblema del canto impostato e della potenza vocalica, e l’innovatore della tradizione, l’urlatore Mimmo Modugno. Non si risparmiarono nella loro luminosa carriera cattiverie e qualche colpo basso. I due vinsero insieme il Festival del ’62 con “Addio, addio”, di cui Villa si era appropriato ai danni di Aura D’Angelo. Il motivo del contendere fu chi avesse dovuto rappresentare l’Italia all’Eurofestival, in virtù di quella vittoria. Modugno ne reclamava il diritto in quanto autore del brano, Villa perchè più rappresentativo del “belcanto”. L’ebbe vinta Villa, che però si classificherà solo nono alla rassegna continentale. Nel ’62 erano entrambi a quota 3 vittorie sanremesi, e quando Modugno vinse nel ’66 con “Dio come ti amo” portandosi a 4 trionfi, Villa l’anno successivo fece fuoco e fiamme per raggiungerlo, vincendo l’edizione funestata dal tragico gesto di Tenco e ricca di molte più ombre che luci. Modugno glielo ricorderà più volte ed il desiderio reciproco di evitarsi se non nelle occasioni canoniche ebbe diversi modi per manifestarsi. Nel 1972 il forte sindacato dei cantanti al quale entrambi aderivano dichiarò uno sciopero per palesi irregolarità nelle selezioni, giudicate “assolutamente non cristalline”. Villa, dopo una tumultuosa nottata di trattative in cui lo sciopero rientrò, non prese parte comunque alla manifestazione, cui invece partecipò Mimmo. seguirono anni di gelo. Modugno tornò a lodare l’amico/nemico solo l’indomani della sua scomparsa, come probabilmente avrebbe fatto Claudio se gli fosse sopravvissuto.

ADRIANO CELENTANO – DON BACKY
Furibonda lite nel 1968, che coinvolge e s’intreccia con la lite dell’altro protagonista citato in apertura, Mariano Detto. Aldo Caponi(vero nome di Don Backy) comincia una polemica inizialmente soft per le royalties sulle vendite dei suoi dischi. Antefatto: Don Backy scommise con Adriano che si impegnò a premiarlo con una MG nel caso il suo nuovo disco, Serenata, avesse venduto oltre 400.000 copie. Tetto raggiunto e bolide consegnato. Però, al momento della quantificazione delle royalties c’è un ricalcolo e le quote praticamente si dimezzano. La polemica avvampa e Don Backy, alla vigilia del Festival del 1968 spedisce un accertamento della Guardia di Finanza nella sede del Clan. Celentano si vendica impossessandosi del brano “Canzone” che don Backy doveva portare al festival estromettendo l’ex amico dalla gara ed arrogandosi il diritto di maltrattare il brano sul palco con un’esibizione volutamente sciatta. Ad intricare ulteriormente la vicenda giunge puntuale la reazione di Don Backy che, senza pensarci due volte, incide “Canzone” per l’etichetta discografica appena fondata, la “Amico” (nome che nel contesto suona quanto mai ironico), e la pubblica in concomitanza con le due versioni festivaliere. La presenza sul mercato di ben tre 45 giri con lo stesso brano non confonde più di tanto il pubblico che alla fine si schiera dalla parte di Don Backy decretandone la vittoria sul piano delle vendite. Dicevamo di Mariano Detto. La furibonda lite tra il divo milanese e Don Backy travolge anche lui: Celentano lo ripudia per non aver rotto i ponti con l’ex luogotenente. Questo ostracismo durerà per cinque anni. Si incontreranno nuovamente nel corso della manifestazione “La gondola d’Argento” che si svolgeva a Venezia nel 1972. Lì durante una memorabile partita di poker giocata nel salone dell’Hotel Excelsior, riallacciarono i rapporti, perché Detto vinse e lui lo invitò, tramite Claudia, a prendere l’assegno personalmente il giorno dopo. Successivamente gli propose di lavorare ancora per lui chiudendo una lite che, invece, con don Backy non si è mai chiusa.

DON BACKY – MARIANO DETTO
Da una costola della precedente lite nasce anche quella che ci ha offerto lo spunto per questa carrellata: considerato il successo ottenuto al festival con “L’immensità” il Clan decide per un’ulteriore partecipazione di don Backy a Sanremo con un suo brano intitolato “Canzone”. Aldo (Don Backy) propone alla Vanoni di cantarla in coppia con lui, Ornella ascolta il provino ma non ritiene il brano adatto alle sue caratteristiche. Ascolta anche “Casa bianca”, altra creatura di don Backy composta sullo struggente ricordo della casa dei nonni distrutta dalla guerra, se ne innamora e pretende di portarla alla rassegna sanremese. Non si può, perchè don Backy ha già presentato “Canzone”, ed il regolamento del tempo consentiva ai compositori di presentare un solo pezzo in gara. Unico escamotàge, far firmare il documento di presentazione al festival per “Casa Bianca” ad un altro, in modo che la commissione giudicante non avesse problemi ad ammetterla. A questo proposito il clan propone la cosa ad un altro compositore, Eligio La Valle, il quale si presta ad assumere la paternità del brano. Questa la versione di Don Backy – Mariano, che da alleati hanno sostenuto la causa contro La Valle, appunto. Tanto per semplificare le cose, Detto Mariano sostiene successivamente che il testo di “Casa Bianca” e l’idea per l’attacco sono di Don Backy mentre l’arrangiamento e lo sviluppo musicale del brano sono suoi. Don Backy si straccia le vesti per questa ulteriore versione e sul suo sito www.donbacky.it giura su Dio e sulla testa del figlio che il brano è tutto suo, musica e parole, mentre La Valle non molla la causa, sostenendo che le parole sono di Don Backy ma la musica è sua! Ed impegnati ferocemente in questa rissa a tre dal vago sapore kafkiano, dal ’68 alle prese con le carte bollate, rischiano di invecchiare tutti serenamente o quasi.

CELENTANO – SANTERCOLE
Incomprensioni tra Gino Santercole e Celentano sono costate trenta anni di silenzio tra i due. Non pochi per due amici (e parenti, sono infatti zio e nipote, Gino è figlio della sorella di Adriano) dapprima affiatati ma poi divisi da una serie di contrasti artistici e personali, non ultima la separazione di Santercole da Anna Mori, sorella di Claudia. Dunque Santercole è prima nipote e poi è stato cognato di Celentano. Un bell’intreccio parentale evidentemente di difficile gestione. Gino ha scritto anche una canzone intitolata “Adriano t’incendierò”….anche se, assicura l’autore, in chiave ironica e canzonatoria piuttosto che…..minatoria!

RICCARDO FOGLI – POOH
Febbraio 1973 è datato l’addio di Riccardo Fogli ai Pooh. Si racconta di insofferenza di Riccardo, tutto preso alla rincorsa del suo amore d’allora, Nicoletta Strambelli alias Patty Pravo. Pare che Riccardo abbia assunto in quel periodo atteggiamenti indisponenti, arrivando tardi alle prove o non arrivando affatto, con pose da leader intollerante. Con la tensione ormai al culmine, Fogli decise di andarsene e non fu un addio indolore, nonostante venne fatto di tutto per mettergli la sordina, temendo un voltafaccia del pubblico che aveva appena cominciato a tributare al gruppo grandi favori. Ricorda Facchinetti che fu il momento più brutto e difficile della storia dei Pooh, vissuto molto male, come quando un giocattolo si rompe, era un sogno che si spezzava sul più bello: “Eravamo in un momento straordinario della nostra carriera, reduci da “Tanta voglia di lei”, “Opera prima”, “Alessandra”, “Pensiero”, “Noi due nel mondo e nell’anima”. Quando Riccardo ci lasciò, pensammo seriamente di farla finita, o di rimanere in tre. Poi invece il destino ci regalò Red Canzian.” Pentito, pochi mesi dopo Riccardo cercò di tornare sui suoi passi, ma Battaglia e Facchinetti avevano ormai individuato Red, e la storia del gruppo andò avanti con lui, mentre Riccardo andò avanti senza Patty Pravo. Tanto silenzio e tanti rimpianti, specialmente da parte di Riccardo, fino al 1987 quando nell’album “Le infinite vie del cuore” venne inserito il brano “Giorni cantati” che vedeva per l’occasione Riccardo riunirsi ai suoi ex compagni. Va detto che negli anni Fogli non ha mai lesinato attestati di amicizia per gli allora compagni dei Pooh, ai quali si sente legato ancora da profondo affetto.

MIA MARTINI – LOREDANA BERTE’
Loredana e Mia. Un legame fatto di carne e di spirito, due vite che si sono sfiorate, cercate, qualche volta respinte, mai divise. Tra i tanti litigi tra Loredana Berté e Mia Martini, nel 1975 ce ne fu uno di natura musicale, rivelato dalla Berté medesima: la maggiore delle due sorelle era convinta che ‘Sei bellissima’ fosse perfetta per lei, e tentò (inutilmente) di farla propria. Fu invece la sorella minore a spuntarla, caricando il testo di Daiano e il “crescendo” di Felisatti con la propria interpretazione viscerale, culminante nel memorabile ritornello ‘urlato’. Fu il primo ingresso in classifica per la cantante di Bagnara Calabra, che fino a quel momento aveva fatto parlare di sé i giornali, ma senza apprezzabili riscontri di pubblico. Loredana ha recentemente raccontato di memorabili litigi per i motivi più svariati, uno dei più seri la gelosia di Mimì verso Loredana per i suoi presunti rapporti con Ivano Fossati, col quale Loredana ha a lungo collaborato come corista ma che nega aver conosciuto in maniera diversa da quella professionale. Ivano, come si sa, era l’uomo di Mia. Loredana e Mimì vivevano la loro carriera parallela e dopo il periodo buio di Mimì salirono insieme sul palco del Festival di Sanremo del 1993 partecipando al festival con il brano ‘Stiamo come stiamo’, ma non ebbero un grande risultato “perché erano due artiste troppo diverse” – spiega la terza sorella Olivia. E l’amica Alba Calia: “Due sorelle belle, divertenti e si volevano bene”. Infatti, la stessa Mimì ammetteva, nell’intervista “Mia Martini si racconta”: “Se Loredana fosse solo mia sorella sarebbe stupendo, purtroppo canta!” E ancora: “E’ chi sta intorno a noi, che ci fa diventare concorrenti nostro malgrado. Ed è brutto litigare in famiglia”. E Gigliola Cinquetti ricorda: “Due talenti molto diversi… unite forse da una certa malinconia, nell’una più visibile, nell’altra più nascosta”. Tuttavia erano unite da un amore profondo, viscerale, a volte disperato, forse riconducibile ad una difficile condizione familiare. Tra le varie traversie della sua turbolenta vita, Loredana Bertè è stata condannata dai giudici del Tribunale di Roma a pagare una multa di un milione di lire nella causa con la madre che l’aveva querelata nel febbraio del ’97. La vicenda era nata in seguito ad una intervista che la Bertè concesse alla vigilia del festival di Sanremo, il 4 febbraio del ’97, dove nel presentare le ultime canzoni del suo album spiegò il loro contenuto autobiografico. Comprese quelle dedicate alla sorella morta due anni prima, che raccontavano «delle amarezze vissute in famiglia, con un padre violento ed una madre succube». Ma la presenza di Mia non ha mai abbandonato Loredanam tanto da farle dire oggi “Sono arrabbiata con lei”, ha raccontato a Paolo Piccioli, autore di uno speciale a loro dedicato su Retequattro, “perchè mi ha lasciato da sola in questo mondo di merda…”, e recentemente in uno special su Raiuno a firma Vincenzo Mollica, ha asserito che sia “morta la sorella sbagliata”. Povere sorelle Bertè….

VENDITTI – DE GREGORI
Colleghi, grandi amici e addirittura affiancati nel debutto giovanissimi, Venditti e De Gregori cominciarono insieme quella che sarà la loro lunga e luminosa carriera: Il primo album è inciso a quattro mani. Si intitola Theorius Campus, De Gregori suona la chitarra, Venditti il pianoforte. I loro stili sono diversi, ma si amalgamano bene. Uno è introverso, discreto; l’altro è più aperto. Decidono di debuttare insieme. Le due carriere si sviluppano parallelamente, tra folkstudio, progetti comuni con financo una tournèe nei paesi dell’est. In Orso Bruno (anno 1973) di Venditti c’è ancora un’altra canzone scritta insieme, L’ingresso nella fabbrica. La collaborazione continua per almeno un paio d’anni, anche se da lontano o trasversalmente. Il 1975 è l’anno che apre la grande crisi tra i due. E’ una stagione difficile, con i contestatori che processano De Gregori sul palcoscenico in un’Italia di stragi, terrorismo e misteri. Gli amici non si comprendono più. Cala il grande freddo. La “Francesco” di Venditti viene letta come piena di punzecchiature per l’ (ex?) amico, De Gregori non si fa pregare e ribatte con l’altrettanto polemica “Piano Bar”. Eppure nessun litigio clamoroso o ufficiale, nessuna invettiva pubblica: tra i due cala una sorta di reciproca indifferenza, mentre in privato, sottolineano gli amici comuni, ognuno continua a parlar bene dell’altro (forse più Antonello di Francesco). Il disgelo è cosa recente. Le prime telefonate, i primi appuntamenti. E poi ecco nascere “Sono Antonello e questo è mio fratello bello, il mio peggior nemico, il mio migliore amico”. Sono le parole di “Io e mio fratello”, che suggellano il ritrovarsi dei due. La storia di una vecchia amicizia, quella tra i due cantautori, che si era appannata e poi era stata messa nell’armadio. Mai cancellata, però.

CLAUDIO BAGLIONI – RICKY GIANCO
Una annosa querelle per una questione di plagio: un imberbe Claudio porta nel 1972 al successo una canzone destinata a far epoca, Questo piccolo grande amore. Ricky sostiene animosamente che si tratta di spudorato plagio della sua E’ impossibile, scritta l’anno prima ed affidata, sembra, ad Antonio Coggio, che si fa beffe del Gianco e firma il pezzo con Baglioni. Baglioni nega tutto e la causa, trascinatasi per anni, in prima battuta lo vede vincente, in quanto il giudice su perizia di Guido zaccagnini ed Ennio Morricone statuisce l’inesistenza del plagio. Sebbene su toni soft, in quanto le controparti hanno sempre mantenuto toni più che civili, il mugugno di Gianco continua.

CLAUDIO BAGLIONI – ANONIMO ITALIANO
Su chi Claudio non mugugna, ma si è anzi imbestialito parecchio, è Roberto Scorzi, alias Anonimo Italiano. Il cantante mascherato scende in campo nel 1995 pubblicando l’omonimo LP che riscuote da subito un’ enorme successo, sia per le canzoni in esso contenute, sia per la curiosità che suscita il suo timbro di voce straordinariamente simile a quello di Claudio, il quale, addirittura, lo diffida legalmente dal continuare la sua carriera artistica. Tale fatto crea un caso senza precedenti in Italia. Si esibisce per circa 8 mesi solo indossando una maschera e celando, per una scelta artistica, la sua vera identità. Smorzati gli iniziali pruriti dovuti alla clonazione del Claudio nazionale (Villa ci perdonerà), Roberto svela volto e nome ma artisticamente rientra un po’ nei ranghi, e con lui la rabbia del Baglioni fotocopiato.

GIANCO – DALL’AGLIO
Qui Gianco da accusatore diventa accusato: Dall’Aglio, percussionista dei Ribelli, compone “Pugni chiusi”, ma non è iscritto alla SIAE. Con una prassi allora comune, la fa firmare a Ricky Gianco, con l’impegno di versargli periodicamente le royalties. Dopo due anni Gianco, stanco della doppia contabilità, sto citando Bovi in “Anche mozart copiava”, decide di liquidare con una sorta di una tantum il socio dell’occasione. Transazione accettata, tutti contenti, allora oggi che vuole il Dall’Aglio si dirà? Niente, solo che a distanza d’anni si secca nel sentir ripetere a Ricky Gianco che Pugni chiusi è la sua migliore canzone, ne rivendica la paternità quanto meno per amor di giustizia. Gianco non ricorda nulla a tal proposito e sostiene il suo buon diritto alla firma sul pezzo. Va detto per inciso che il diritto d’autore è inalienabile ed imprescrittibile, e nessun accordo privato sarebbe valido qualora il pezzo risultasse davvero di Dall’Aglio, e va altrasì ricordato che Pugni Chiusi è effettivamente un pezzo di inossidabile successo, quasi un evergreen, recentemente reinciso anche da Piero Pelù, e i cui diritti continuano ad essere corposi ed… appetitosi.

EUGENIO BENNATO – EDOARDO BENNATO
Non si fa mai troppo vedere in giro, Eugenio Bennato, artista schivo e laborioso. Meno noto del fratello Edoardo, più avvezzo alle partecipazioni televisive, Eugenio, padre nobile del movimento folk, porta in giro per il mondo la sua particolare fusione di tradizione e modernità senza aver mai abbandonato le radici mentre “Rinnegato” è, come lui stesso si definisce, il fratello minore Edoardo, colpevole, secondo Eugenio, di non aver difeso come lui la tradizione folkloristica patrimonio di Napoli. Non proprio di lite trattasi dunque, ma di trent’anni di carriere parallele, che solo un miracolo “Made in Naples” poteva far convergere. Galeotta è stata la colonna sonora del film d’animazione Totò Sapore, per il quale i due fratelli hanno composto le musiche.Il richiamo della pizza è davvero irresistibile.

ALBERTO FORTIS – VINCENZO MICOCCI
“…Vai, caro, ci vediamo martedì…” Dopo decine di martedì passati invano, un poco più che ventenne Alberto Fortis perse le staffe e dedicò “Milano e Vincenzo”, una feroce invettiva musicale a Vincenzo Micocci, importante discografico nonchè scopritore di numerosi talenti. Nella seconda metà degli anni ’60 Micocci aveva fondato a Roma una casa editrice ed un’etichetta discografica, (distribuita dalla RCA), la IT, dove hanno debuttato Francesco De Gregori ed Antonello Venditti (“Theorius Campus” e “Alice Non Lo Sa”) ed aveva valorizzato moltissimi giovani, rivelando un vero fiuto per lanciare le giovani promesse. Ma Micocci per Alberto era diventato l'”uomo del martedi”. Il brano è una sequela di minacce e di insulti all’esecrato Vincenzo, definito troppo stupido per vivere, e minacciato con la arcinota “io ti ammazzerò”. Micocci, sollecitato da molti ad adire vie legali, non si scompose, anzi pare che in fondo si compiacesse di un’ode cosi’ accalorata che gli veniva dedicata; per contro il brano portò molta fortuna ad Alberto, ricomponendo cosi’ la situazione.

MOGOL – BATTISTI
Una delle rotture più note del nostro panorama musicale, ed una di quelle destinate a lasciare immensi rimpianti, con tutto il rispetto per la produzione panelliana del Battisti post-Mogol. Il sodalizio si era creato a metà degli anni ’60, quando Giulio Rapetti, paroliere (termine peraltro da lui esecrato) già affermato, favorisce il decollo di quell’indiscusso genio di Battisti. Pleonastico ricordare l’impressionante sequela di capolavori sfornati dai due. Sui motivi della loro lite, se mai ci sia stata una vera e propria lite, si è detto e scritto di tutto: percentuali sulle coproduzioni, moglie di Lucio invadente, gelosie, addirittura beghe da condominio per motivi di confine tra le due proprietà….probabilmente uno dei motivi prevalenti è stata la difficoltà di entrambi ad ammettere quanto l’uno sia stato importante per la consacrazione assoluta dell’altro. Di certo è che nel ’98, quando si sussurrava di un barlume di riavvicinamento tra i due, la morte ghermiva Lucio troppo presto. Mogol ebbe delle profonde suggestioni successive alla morte di Battisti, fatte di sogni, medium più o meno credibili, arcobaleni, ma questa è un’altra storia. La verità su loro litigio la sapremo solo qualora Giulio decidesse di raccontarla personalmente ed integralmente.

MARINA OCCHIENA – RICCHI E POVERI
Beghe sentimentali alla base della lite fra Marina Occhiena ed il resto del gruppo dei Ricchi e Poveri: la band era nata nel 1966 con la classica formazione a 4, due uomini e due donne che inizialmente si mascheravano anche (2 da straccioni e 2 da borghesi…). Il loro primo vero e grande successo è stato il brano «La prima cosa bella» classificatosi al secondo posto al Festival di Sanremo del ’70, posizione bissata anche l’anno successivo, sempre al Festival, con «Che sarà», seguito da una serie di non clamorosi ma onesti successi. Nel 1980 però Angela scopre che Marina ha una relazione col suo compagno d’allora, va su tutte le furie ed in poche ore da il benservito al compagno e praticamente impone ai due maschi l’estromissione della bionda fedifraga dal gruppo. Marina non ci sta e minaccia rappresaglie. Presenta un esposto e pretende il reintegro nel gruppo e di prender parte all’esibizione festivaliera. In caso contrario la bella cantante minaccia di chiedere il sequestro della canzone e il pretore Michele Russo le dà ragione. I giornali scandalistici ci azzuppano alla grande e per giorni non si parla d’altro, ma poi accade qualcosa, un discorso tra i 3 Ricchi e Poveri superstiti e i loro discografici (si parla di precisi accordi economici con Marina ma nessuno ha mai confermato) ed è così che la Occhiena si accontenta di un posto in prima fila e promette che si farà risentire (non sarà così). Il giorno dopo un quotidiano titola: “Michela Russo accetta 150 milioni per rinunciare ai Ricchi e Poveri”, incasinandosi tra il nome del pretore e quello della ex Ricca e/o Povera. Fatto Sanremo, tra l’altro con un brano di ottima cassetta quale “Sarà perchè ti amo”, i tre continuano la loro onesta carriera mentre della Occhiena praticamente son perse le tracce.

SERGIO ENDRIGO – LUIS BACALOV
Amici per la pelle ed in grande sintonia artistica e personale, dopo undici anni di collaborazione interrompono i rapporti lavorativi nel 1974, proprio alla vigilia dell’arrangiamento di “Nelle mie notti”, pezzo di Endrigo arrangiato dal nuovo partner musicale di Sergio, il maestro Mazza. Ma Bacalov lo aveva sentito e, afferma Endrigo, gli sarà rimasto dentro riaffiorando nel 1997 quando il compositore argentino musicò il film di Troisi “Il postino”, con la cui colonna sonora si aggiudicò addirittura l’Oscar. Endrigo si sentì derubato e trascinò in tribunale l’ormai ex amico. Imbarazzo generale in quanto Bacalov stesso ha fatto varie volte parte di commissioni anti plagio, mentre si trovava ora in una causa dello stesso tipo nell’inusitata veste di imputato, con la non trascurabile nota che Endrigo, Margheri e Del Turco (autori de “Nelle mie notti”) hanno chiesto un risarcimento di circa 10 miliardi di quella che era la moneta italiana. La prima sentenza mandava assolto Bacalov, con la non lusinghiera perizia di Morricone che affermava la poca originalità di entrambi i brani. Il motivo, diceva infatti il maestro Morricone, è più antiche di Endrigo. Nel ”Parsifal” di Wagner, nel brano che incomincia con le parole ”Cigno fedel”, le note iniziali sono identiche a quelle di ”Nelle mie notti”. Insomma, se Bacalov ha copiato Endrigo, Endrigo ha copiato Wagner! La sentenza di appello ha dato invece ragione ad Endrigo, statuendo l’identicità del tema centrale dei due brani. In attesa della parola fine, la lite tra i due continua.

MAX PEZZALI – MAURO REPETTO
Si chiamavano 883. Nel 1992 vide la luce “Hanno ucciso l’uomo ragno”, il loro primo album. Il successo fu incredibile quanto inaspettato: il disco raggiunse in breve 600.000 copie e il primo posto nelle classifiche. La musica allegra e orecchiabile, i testi schietti e sinceri nella loro semplicità. Come accade spesso alle novità musicali, gli 883 – a detta di alcuni – rischiavano di essere un fenomeno passeggero, ma Max Pezzali avrà modo di smentire queste voci con la costanza dei numeri e della qualità del suo lavoro. Dopo aver vinto il concorso “Vota la voce” (referendum popolare di “Sorrisi e Canzoni”) come gruppo rivelazione dell’anno, il duo si rimette subito al lavoro per il secondo album. Esce “Nord Sud Ovest Est” (1993), un disco che replica e supera il successo del precedente. I volti di Max Pezzali e Repetto rimbalzano dal Festivalbar dentro le case di milioni di italiani: la popolarità cresce. Di lì a poco, in coppia con Fiorello, Max Pezzali vince il “Festival Italiano”, su Canale5 con il cantatissimo brano “Come mai”. Mezza Italia balla o canta i ritornelli degli 883. Quando tutto sembra andare a gonfie vele arriva, come una doccia fredda, la rottura: Mauro decide di mollare. Si trasferisce a Los Angeles per seguire senza successo la strada del cinema; torna poi in Italia per tentare una carriera musicale da solista, ma non decolla. Sparisce dalle scene. Ma perchè? C’è stata una lite? Max sostiene di no, anche se è abbastanza restio a raccontare tutto. Ha dichiarato che, a parer suo, i problemi nacquero proprio con il successo. Finché si scrivevano canzoni in cantina andava tutto bene. Il problema iniziò con i concerti dal vivo, durante i quali Max cantava e lui no. Certo, Mauro ballava, ma faticava anche a trovare una sua dimensione sul palco. E qualcuno sui giornali ironizzava…Max sostiene che alla lunga sia stato questo non sentirsi a proprio agio in scena il vero problema. Di fatto i due da lungo tempo non si sentono più.

MICHELE PECORA – ZUCCHERO
E’ il 1998 e Zucchero propone la sua Blu, una ballata lenta e accattivante. Peccato che ad un orecchio neanche troppo attento appare evidente che Blu assomigli in maniera clamorosa al refrain di Era lei di Michele Pecora, con l’aggravante che è davvero difficile credere a una sempre possibile coincidenza se perfino le parole sono le stesse: in Zucchero sono le “sere d’estate dimenticate” mentre in Pecora sono “poesie d’estate dimenticate”. Nella querelle si butta a pesce Striscia la Notizia, che manda l’assaltatore Staffelli a provocare uno Zucchero…non molto in forma chiedendogli ossessivamente “signor Zucchero, perchè ha copiato il signor Pecora?”. Fornaciari reagisce male, ma altrettanto male nei suoi confronti reagisce Pecora, che nel 2002 gli intenta causa per plagio dopo due anni di falliti tentativi di ricomposizione extragiudiziale della lite. Alla questione non è stata ancora messa la parola fine.

PIERO PELU’ – GHIGO RENZULLI
Dopo il periodo d’oro dei Litfiba, quello che abbraccia gli interi anni ’90, i diversi caratteri di Piero e Ghigo portano una profonda spaccatura nel gruppo. Pare tutto sia iniziato per problemi di management, inasprito dalla perdita di fiducia di Renzulli nei confronti di Pelù, ulteriormente inasprito per, guarda caso, problemi di divisione dei soldi. Durante la registrazione di “Infinito”, paradossale titolo per l’unione di una band che era di fatto già sciolta. Renzulli stilò una sorta di regolamento interno del gruppo, del quale si riservava la titolarità del nome. Profondamente depresso e tentato addirittura a lasciare la musica, Piero cominciò la tournèe più triste della sua vita. Incoraggiato in seguito dagli altri componenti della band a rientrare come solista, ha raccolto i successi che conosciamo. Recentemente intervistato, Pelù non ha dato cenni di apertura verso il suo ex amico e sodale compagno di una ventennale carriera.

CESARE CREMONINI – LUNAPOP
Il problema dei Lunapop? Troppo successo. Così parlò Cesare Cremonini, l’enfant prodige leader della band che alla fine degli anni ’90 ha sbancato l’Hit Parade con l’album “Squerez”, che vende l’incredibile cifra di un milione e mezzo di copie. Un successo, ha affermato Cesare, cadutoci addosso quando eravamo solo dei ragazzi, una situazione difficile da gestire dal punto di vista umano. Loro sentivano il bisogno di fermarsi, ma lui, come autore del primo album e del successivo, aveva una maggiore autonomia, non ce la faceva a stare fermo. In un’intervista a Rockol del 2002 ha affermato la separazione essere una situazione da lui non voluta, ma comunque accettata con entusiasmo. Il gruppo non si è mai sciolto, ha detto, e continua ad esistere, e “Bagus” (l’LP che ha visto il suo esordio da solista) sarebbe stato uguale anche con i Lunapop. Ha anche malignamente aggiunto però che forse così è anche meglio, visto che i nuovi entrati (Matteo Monti alla batteria, Andrea Morelli alle chitarre, oltre all’amico e bassista Ballo) hanno dato maggiore spessore artistico. Alla domanda se avesse più sentito gli altri ex sodali dei Lunapop Cesare ha risposto di averli sentiti, precisamente di aver parlato con Mike che non ha mostrato soverchie recriminazioni per l’allontanamento di Cesare dalla band…Non metterò mai una croce sopra la parola Lunapop, ha terminato Cesare: finché esiste, esisto anch’io. I Lunapop non si sono sciolti, semplicemente non fanno piu’ dischi insieme!!” …..Sarà……

FRANCESCO RENGA – TIMORIA
Racconta Fabrizio Massignani di Rockstar di aver addirittura provocato lui nel corso di un’intervista il divorzio dei Timoria da Francesco Renga, loro cantante storico nel periodo di formazione e nei primi cinque album della band. Colpa di una semplice domanda. Pare tutto sia accaduto un pomeriggio negli uffici della allora Polygram, casa discografica che anche ora, dopo essere stata inglobata dalla Universal, cura la promozione del gruppo. Sempre Massignani racconta che oltre a lui stesso c’erano il batterista Diego Galeri, il tastierista Enrico Ghedi e il cantante Francesco Renga, appunto. Tutto procedeva tranquillo, molte cose sul futuro del gruppo erano state dette e niente lasciava presagire l’inizio della crisi da lì a pochi minuti. Anzi, nel giro di pochi secondi. Quasi alla fine della lista delle domande, citiamo sempre Rockstar, c’era quella “Perché fino ad ora non hai mai collaborato con qualche artista al di fuori del gruppo? Non ti ha mai contattato nessuno per chiederti di partecipare a qualche suo disco in lavorazione?”. Era una domanda che ci poteva stare essendo quello un periodo che iniziava ad essere davvero florido in quanto a collaborazioni ‘incrociate’ all’interno della scena italiana. Solo che la risposta lapidaria di Francesco è stata una di quelle capaci di innescare la bomba. “Richiesta ne ho avute. E’ che loro non me lo fanno fare”, disse con faccia tranquilla, indicando gli altri due del gruppo seduti allo stesso tavolo con lui. “Loro non mi permettono di fare nulla al di fuori dei Timoria, e questo a me crea una situazione molto dura da sopportare”. Situazione paradossale che poi, in un’intervista successiva al suo addio ai Timoria, lo stesso Renga ha così spiegato: “E’ che all’interno della band tutto ruotava attorno ad Omar Pedrini, e gli altri, per quanto assurdo possa sembrare, erano semplicemente i suoi valletti pronti a soddisfare in ogni momento le volontà del loro signore”. Ovviamente come Hitparadeitalia ci limitiamo a riportare quanto asserito dal giornalista sotto sua responsabilità ed avendone opportunamente citato la fonte. Da aggiungere comunque che la situazione Timoria-Renga, dopo dieci anni di vita in comune, s’è bruciata fra lettere di avvocati e beghe legali da portare in tribunale. Non esattamente il massimo a cui possa aspirare una relazione umana nella quale sia coinvolta anche l’amicizia.

CATERINA CASELLI – GIUNI RUSSO
«Cosa cambierei della mia carriera? L’incontro con Caterina Caselli» ha detto in una delle sue ultime interviste la compianta cantante siciliana. «Nel 1982 avevo già realizzato un album impegnato, Energie. Ma lei, che allora era boss della Cgd, spingeva perché io cantassi le canzonette. Troppe. Con lei non si poteva discutere, era la padrona assoluta. Io mi sono ribellata: e questo mi è costato tanta sofferenza. Ma non tutti i mali vengono per nuocere: se ho ritrovato me stessa, e un’identità come artista, è stato anche grazie ai no che ho saputo dire». Nell’intervista che Amanda Lear fece a Giuni nel suo programma Cocktail d’amore un paio di anni fa su Raiuno Giuni ribadì (senza farne il nome ma con precise indicazioni) che un personaggio le aveva rovinato la carriera comportandosi da vera e propria Medea (personaggio mitologico che non esito’ ad uccidere i propri figli, dopo averli cresciuti, per vendetta). La storia cominciava da lontano, quando dopo i successi con le varie Limonate cha cha ed Alghero, intendeva volgere la sua carriera verso l’impegno e la ricerca, ma la produzione la spingeva ad un disimpegno sicuramente più redditizio in termini di cassetta. Un paio di tensioni in trasmissioni tv, una in un Mister Fantasy di Carlo Massarini ed un’altra volta da Corrado, che villanamente maltrattò perché aveva troppo lodato l’eccezionalità della sua voce durante una presentazione. Chiaro sintomo di una estrema tensione. Finì che Giuni itigò deifinitivamente con la Caselli e iniziò una lunga e costosa battaglia legale che la distrusse. Per due anni, sotto contratto, non poté più incidere una sola nota. Imbavagliata si sentì morire. E in questo periodo, come in molti altri a venire, fiorì la leggenda di tentati suicidi, mai confermati. A chi la detestava dedicò inutilmente nel 1994 Se fossi più simpatica sarei meno antipatica e per sbeffeggiare la Caselli incise il live Cd scegliendo il titolo di Voce prigioniera nel 1998. Poi la morte, nel 2004, dopo una battaglia durata anni contro un male invincibile. L’ex casco d’oro ha avuto parole postume di apprezzamento e di stima per Giuni ed una corona di candidi fiori portavano il saluto di Caterina dietro il feretro di Giuni, nella morte che tutto oblia.

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