Canzoni censurate

Anni ’20: Il regime e la censura

Comincia il regime: il fascismo, negli anni dell’ascesa e del consolidamento, esercita un rigido controllo su tutti i mezzi di comunicazione di massa e sui fenomeni artistici. La parola d’ordine era “nazionalizzazione”, il cocktail diventava “coda di gallo”, il cognac “arzente” e il pullover “farsetto”. Vediamo qualche riflesso di questo clima sul panorama musicale.

1924. Una circolare del PNF reca l’ordine di presentare tutte le canzoni straniere con parole “comunque tradotte”. Se ne vedranno delle belle. Anche gli artisti videro liberamente italianizzati i loro nomi, Louis Armstrong diverrà per il pubblico italiano Luigi Braccioforte e Benny Goodman Beniamino Buonomo.

1926 Il censore ordina di cambiare alcuni versi a “La leggenda del Piave” di E.A. Mario, che conteneva nella prima stesura espressioni sconvenienti come “tradimento” o “onta consumata a Caporetto“, in riferimento alla tragica rotta dell’esercito italiano nell’ottobre 1917. Quei termini vennero ritenuti inaccettabili per l’onore della nuova patria fascista.

1928 Citiamo un articolo apparso su “Il Popolo d’Italia” (il giornale di Mussolini) il 30 marzo a firma Carlo Ravasio: “E’ nefando e ingiurioso per la tradizione e per la stirpe riporre in soffitta violini e mandolini per dare fiato a sassofoni e percuotere timpani secondo barbare melodie che vivono soltanto per le effemeridi della moda. E’ stupido, ridicolo e antifascista andare in sollucchero per le danze ombellicali di una mulatta o accorrere come babbei ad ogni americanata che ci venga da oltreoceano.”. In seguito a questo pezzo, l’EIAR riduse notevolmente la messa in onda di musica straniera ed americana in particolare.

1929 I carabinieri emanano una serie di circolari riservate aventi per oggetto i dischi contrari all’ordine nazionale o comunque lesivi dell’autorità costituita: figurano nell’elenco inni nazionali come “La Marsigliese“, ballate sulla ricostruzione della sfortunata impresa di Umberto Nobile al Polo Nord, oltre naturalmente a canti socialisti o anarchici. In particolare si segnala l’arresto a Milano di due uomini, presumibilmente anarchici, sorpresi a cantare motivi inneggianti a Gaetano Bresci, il regicida che il 29 luglio 1900 uccise Umberto I.

Anni ’30, definitivo consolidamento del regime: imperialismo, autarchia e, subito prima del grande dramma, le leggi razziali.

1935 Incredibile ma vero: gli strali censori si abbattono su uno dei brani cult del regime: la prima stesura di “Faccetta nera“, infatti, scritta nel 1935 da Giuseppe Micheli e Mario Ruccione, non era piaciuta per un paio di motivi: innanzi tutto era in romanesco, cosa non troppo gradita per il particolarismo dell’idioma locale, poi conteneva troppi accenti di ammirazione per la “bella abissina”, suonando quasi come un incoraggiamento alla commistione delle razze. Un anno più tardi l’autore dovette porvi mano pesantemente. A questo motivetto che aveva ormai conquistato gli italiani, si tentò tuttavia di contrapporre una “Faccetta bianca“, canzone mediocre di Grio e Macedonio, che non lascerà traccia. In seguito, facendo buon viso a cattivo gioco e travolti loro stessi dal successo popolare del brano, i gerarchi furono costretti ad adottare la versione rimaneggiata di “Faccetta nera” come uno degli inni del regime.

1936 Il 3 novembre alle 17,20 va in onda una trasmissione radio con l’Orchestra di Piero Rizza che propone tutti brani di autori stranieri. Parziale riammissione del jazz nell’etere.

1937 A gennaio iniziano le trasmissioni dell’orchestra jazz Ramponi. Il 6 aprile furono di scena Kramer ed i suoi solisti. Il quartetto jazz dell’Eiar suona regolarmente tutte le sere alle 20,40.

1938 Nuovo cambiamento d’umore nei confronti del Jazz. Il genere torna ad essere bollato come “musica negroide” e le trasmissioni di jazz scompaiono del tutto dalla programmazione EIAR. Cominciano a circolare le cosiddette “canzoni della fronda”, quelle che sotto testi apparentemente “nonsense” contengono, o le autorità credono contengano, ironiche e velate corbellature al regime. Altre, ancora più sottili, vennero interpretate dai dissidenti reindirizzando l’originale messaggio amoroso in chiave satirica. Un esempio al riguardo viene considerata “Un’ora sola ti vorrei“, dato che molti vennero sorpresi a cantarla guardando il ritratto di Mussolini. (Un’ora sola ti vorrei / per dirti quello che non sai/ io che non so scordarmi mai / che cosa sei per me…)

1939 Altra presunta canzone della fronda, è la volta di “Maramao perché sei morto“, interpretata dal Trio Lescano su testo di Panzeri. Ispirato ad un canto popolare abruzzese (maramao è infatti la contrazione di mara maje, amara me), il brano fu lanciato pochi mesi dopo la morte di Costanzo Ciano, in onore del quale si stava erigendo un monumento a Livorno. Sul basamento che doveva ospitare la statua, alcuni studenti affissero nottetempo le prime parole della canzone, ormai famosa. Panzeri fu convocato d’urgenza dal capo della censura che gli contestò l’accaduto L’autore se la cavò asserendo di aver scritto le parole incriminate prima della dipartita del potente fascista. Altro pezzo malvisto dal regime nell’anno è “Pippo non lo sa” (Kramer-Rastelli-Panzeri), nel quale molti vedono allusioni a Starace ed altri gerarchi che si pavoneggiano nelle uniformi d’orbace.

Anni ’40: il grande dramma si consuma

1940 il 10 giugno l’Italia entra in guerra: divieto di ballare in pubblico, chiusi i locali notturni, musica americana (jazz compreso) assolutamente proibita e messa al bando totale degli autori ebrei. Proibita la diffusione del brano Signora Illusione, i cui versi “illusione, dolce chimera sei tu” e finanche il titolo stridevano palesemente con l’imperativo categorico appena enunciato dal Duce “Vincere e vinceremo!” Silenzioso slow, meglio nota come “Abbassa la tua radio“, di Alberto Rabagliati, fu invece bandita perché accusata di sottintendere un invito all’ascolto di Radio Londra, emittente vietatissima al radioascoltatore italiano.

1942 Viene censurato “Il Tamburo della banda d’Affori“, testo ancora di Panzeri, per i versi “Il tamburo principal / della banda d’Affori / che comanda cinquecento cinquanta pifferi…“. Per una sospetta coincidenza, 550 era proprio il numero dei componenti della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, e al censore non sfuggì l’ambiguo accostamento. La scure si abbatte anche su Bixio e Cherubini per “La mia canzone nel vento“. I versi “vento, vento portami via con te” erano da molti associati al Duce e rielaborati in “portalo via con te“. Assieme a tutta la produzione anglo-americana, esclusa per cause belliche dalla programmazione dell’EIAR, tra le prime ad essere bendite fu il successo mondiale di Bing Crosby, White Christmas, accusata di presentare il nemico in toni troppo positivi, mentre è chiaro che essi non potevano essere buoni. Caro Papà, di Jone Caciagli, accorata lettera di un bimbo al sua papà lontano al fronte, parve al censore eccessivamente disperata e scarsamente ispiratrice del sentimento di “immancabile vittoria“.

1943 Caterinetta, Giuditta e Sandra Leschan, meglio note come il Trio Lescano vengono bandite dalla radio in quanto di origine ebrea. In seguito verranno arrestate e rinchiuse nel carcere genovese di Marassi per sospetto spionaggio. L’accusa era che cantando “Tuli-pan” (cover di un successo americano, Tulip-time) mandassero in realtà messaggi al nemico. Intanto la celeberrima Lili Marlene, vera e tragica colonna sonora della seconda guerra mondiale, viene dapprima censurata nelle ultime due strofe, quando il soldato dice alla sua amata che avrebbe preferito essere a casa con lei pittosto che in guerra, e successivamente proibita del tutto in quanto accusata di deprimere il morale dei combattenti.

Anni ’50: Il dopoguerra, si riprende a cantare, ma la censura vigila sulla moralità degli italiani…

1955 Il pezzo La pansè di Carosone, viene bandito oltre che dalla radio e dalla neonata Tv, anche da molti locali pubblici i quali esponevano un cartello eloquente di questo tenore “In questo locale non si eseguono brani come La Pansè o simili trivialità”.

1956 Lazzarella di Modugno, presentata al Festival di Napoli 1956: il verso finale diceva Lazzarella tu si già mamm dovette, per ordine del censore, essere sostituito con il verso “Lazzarella perdo ‘o tiempo appriesso a tte“.

1957 Ancora Mimmo Modugno: la celeberrima Resta cu’ mme venne incredibilmente censurata dalla RAI per i versi “nun mme ‘mporta d’o ppassato / nun mme ‘mporta ‘e chi t’ha avuto…“, che cozzavano contro la putibonda moralità nazionale, fondata sulla verginità e sulla mostra pubblica delle lenzuola dopo la prima notte. Tutt’altro genere di problemi per Renato Carosone, che, in uno dei primi casi di sospetta “pubblicità occulta” poteva veder trasmessa Tu vuo’ fa l’americano solo a patto di sostituire i versi “ma i soldi pe’ Camel chi te li da?” con “ma i soldi pe’ campa’, chi te li da?

1959 Jula de Palma viene ritenuta eccessivamente conturbante nella sua interpretazione di Tua, proposta al Festival di Sanremo di quell’anno, la RAI eviterà di riproporla in video con quella canzone “troppo lasciva”.

Anni ’60: Gli anni del miracolo economico e della contestazione giovanile. La censura spazia dal sessuale al politico al religioso.

1960 Domenico Modugno: il 45 giri che conteneva come lato A “Libero”, presentato al Festival di Sanremo, in origine proponeva sul retro “Nuda” (testo e musica di Modugno). Venne ritirato dalla casa discografica Fonit Cetra subito dopo l’uscita del disco e sostituito con la canzone “Più sola”. Il testo di “Nuda” era: “Languida, morbida, purissima. Nuda! Mia! Ti sento ancora tra le mie braccia, bevo il tuo respiro dolce morire! Nuda, nuda, dolcissimo ricordo di te.” Ma scherziamo?? La stessa facciata “A”, “Libero” appunto, suscitò un vespaio con l’immagine “..libero, come una rondine che non vuol tornare al nido…” che poteva sottintendere ad un eccessivo libertinaggio agognato dal marito modello italiano. Sergio Endrigo che, in perenne polemica con i pregiudizi e l’ipocrisia borghese, in “ La brava gente ” disegnava una figura di donna capace di “inventare carezze”, di donare “minuti felici e impazziti”, una donna che partecipa “quando ti amo” ovvero quando facciamo l’amore, la RAI pretese che cantassse “quanto” anzichè “quando”

1961 La canzone “La Novia” cantata da Tony Dallara recava nell’inciso il verso “Ave Maria” che venne sostituito con “Anima mia“.

1962 Problemi nel ’62 per il compianto Luigi Tenco: quasi tutte le canzoni del suo primo LP, intitolato proprio “Luigi Tenco” e comprendente alcune tra le sue canzoni più famose (da “Angela” a “Quando“, da “Mi sono innamorato di te” a “Come mi vedono gli altri“) vengono censurate dalla Commissione d’ascolto della RAI. Dall’oscuramento si salvano solo “Angela” e “Mi sono innamorato di te”, che comunque circoleranno assai poco nei programmi di musica leggera. La canzone “Meravigliose labbra” è interpretata da Miranda Martino e da Johnny Dorelli. Forse per l’invocazione a “darmi le tue labbra da baciare“, in Tv passa solo Johnny, probabilmente perché l’iniziativa presa da una donna risulta sconveniente. La canzone “Basta così” di Sergio Endrigo, in un suo verso diceva “il baciamano di un cretino per te, è molto più importante di me.” Per la parola cretino la Rai non la trasmetterà. Non perché fosse di per se una parolaccia, esisteva infatti, oltre alla commissione d’ascolto incaricata di purgare i brani “osceni”, anche una sorta di comitato con l’incarico di sindacare sul livello artistico di un testo, di un brano o di un cantante nel suo modo di porsi e di intonare. “Cretino” nella fattispecie, pur non annoverato nel turpiloquio, era ritenuto un termine non all’altezza di essere inserito in un testo musicale, che doveva avere un suo lirismo. La stessa commissione aveva, come detto, anche l’incombenza di gudicare il livello artistico e le doti canore dei cantanti, se fossero quindi degni interpreti del Belcanto. Jannacci, Meccia, Battisti, Guccini sono solo alcuni degli artisti “bocciati”, giudicati sulle prime inadatti ad essere presentati al pubblico televisivo.

1963 Don Jaime de Mora y Aragon, uno stravagante personaggio imparentato con la famiglia reale del Belgio, lancia una canzone intitolata “Cristina” e dedicata all’allora celebre, scandalosa Cristina che aveva fatto finire nei guai il ministro inglese Profumo per un sex gate ante litteram. La canzone fu censurata. Censura anche in qualche colonna sonora, una addirittura totalmente musicale: si tratta del film “L’ape regina” di Marco Ferreri, la scena è quella di un carretto che trasporta i resti di una salma (una cassetta d’ossa, insomma) ed era in origine accompagnata da una musica troppo simile al rumore di ossa che ballano, troppo tintinnante. La frase musicale viene censurata. Altra colonna sonora, da “Il monaco di Monza“, con Totò, Macario e Celentano, il pezzo “La carità” di Don Backy non viene trasmesso in radio e Tv perché viene giudicata sconveniente l’immagine dei frati ballerini che chiedono la questua. Problemi per Gaber, la cui “Addio Lugano” fu bandita dal video per evitare possibili incidenti diplomatici con la Svizzera. Parlava infatti di un anarchico costretto a lasciare la terra elvetica in quanto perseguitato per le sue convinzioni politiche.

1964 Il gruppo dei Gufi ripropone un brano degli anni ’20, “Il neonato“, storia di un trovatello abbandonato a Parigi dalla madre. Non piacciono i versi “A Parigi un neonato una madre abbandonò” “…era frutto del peccato…” ecc, i funzionari Rai proposero “A Parigi un avvocato un bel giorno s’incontrò” “…un cliente derubato” e via di questo passo. I Gufi non accettarono e scattò la censura. Per loro anche rogne su altri brani “folk” un po’ troppo audaci. Per un brano che menzionava S. Antonio in maniera un po’ troppo confidenziale, furono addirittura denunciati. Toni santagata incide “Lu primmo amore“, che però non passa la censura Rai per la parola “corna“. Verrà ammessa all’etere solo dieci anni dopo. “A casa di Irene” di Fidenco fu giudicata intrasmettibile. La casa ricordava troppo una di quelle case da sei anni non “tollerate” più. Non proprio di censura trattasi, ma opportuni aggiustamenti comunque significativi della considerazione in cui veniva tenuta la donna: “Tu piangi per niente“, a Sanremo, nelle due versioni di R. Moser e Lilly Bonato: quando canta l’uomo “..a che serve questa luna / se poi piangi e non mi baci / non far la stupida, non far la stupida / io voglio bene a te…” nella versione cantata dalla donna veniva opportunamente aggiustata in “..ma non vedi questa luna / perdoniamoci coi baci / sarò una stupida, sarò una stupida / ma voglio bene a te..“: in entrambe le situazioni, quindi, la stupida è sempre la donna…

1965 I Nomadi sono bollati d’infamia nel 1965 per “Dio è morto“, scritta da Guccini, che fu bandita dall’etere (solo dalla RAI, incredibilmente Radio Vaticano la trasmetteva…). I versi recitavano infatti che “Dio è morto, nei bordi delle strade, nelle auto prese a rate, nei miti dell’estate“. Pare che ci sia stato qualcuno che, al sentirla, si sia fatto il segno della Croce. A nulla servirono le proteste dell’autore, che si prodigava a spiegare che si trattava di un testo ripreso da una poesia di Ginsberg , “L’urlo”. Giorgio Gaber in una sua canzone, “Il coscritto“, interpreta un ragazzo che, vistosi recapitare la cartolina precetto, si chiede cosa debba andare a fare sotto le armi visto che la guerra non c’è e che , tutto sommato, a lui non gliene frega niente. Viene censurato dalla Rai e si sfiorò l’interrogazione parlamentare. La prima versione di “La città vecchia“, incisa quell’anno da De Andrè semplicemente col nome di Fabrizio, conteneva una strofa che venne censurata e che De Andrè dovette modificare per ottenere che la canzone venisse diffusa, quella in cui parla del professore: “vecchio professore cosa vai cercando in quel portone – è la versione più nota – forse quella che sola ti può dare una lezione quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie‘. In origine, il cantautore aveva invece scritto:”quella che di giorno chiami con disprezzo specie di troia quella che di notte stabilisce il prezzo della tua gioia. Secondo alcuni, detto per inciso, per scrivere il testo della città vecchia Fabrizio si sarebbe ispirato ad una poesia di Umberto Saba, intitolata appunto “Città vecchia”. Qualche guaio per “Teresa” di Endrigo” nei passaggi in cui gorgheggiava alla disinibita Teresa “per te non sono stato il primo e neanche l’ultimo lo sai…“. La Rai censura l’inizio parlato di”Sono un simpatico” di Adriano Celentano per la presenza di un’ipotetica parolaccia. A distanza di anni Lorenzo Pilat confermò che si trattava di un’imprecazione “Ostia, mi gira le testa…..“.

1966 I Giganti. Uno dei loro pezzi più famosi, “Una ragazza in due“, fu inizialmente censurata perché ritenuta “canzone esagitata”; I Pooh sono censurati in “Brennero ’66“, presentata in un primo momento col più innocuo titolo “La campana del silenzio”. Affrontavano lo spinoso problema del terrorismo in Alto Adige e della minoranza alloglotta del Sud Tirolo. I Nomadi vengono censurati in TV nel pezzo “Un riparo per noi” sul tema delle piogge acide, e successivamente per “Noi non ci saremo“. In un verso Guccini, l’autore del testo, parlava di “manti di neve come un bianco sudario“. Quest’ultima parola era giudicata intrasmettibile per le sue connessioni solitamente religiose. La strana sorte dei Nomadi toccò a De Andrè: “La guerra di Piero“, il cui testo era giudicato in Rai eccessivamente antimilitarista, piaceva invece a Radio Vaticana, che la trasmetteva senza problemi. “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones“, scritto da Migliacci per Gianni Morandi, incappò nella scure della censura televisiva per i versi “mi han detto va nel Vietnam e spara ai Vietcong“, e un po’ per tutta l’atmosfera antiamericana che vi si leggeva. Vi fu persino un’interrogazione parlamentare che venne notificata all’autore: ci si chiedeva infatti come “si permettesse ad un autore di musica leggera di criticare la politica estera di un paese amico come gli Stati Uniti”. Vi furono penosi suggerimenti da parte di funzionari Rai, nel corso di trasmissioni televisive in cui era programmato il pezzo, tendenti a far sostituire le parole incriminate (Vietnam e Vietcong) con Corfù e Cefalù; Migliacci si rifiutò di storpiare il pezzo e suggerì a Morandi di cantare, proprio per sottolineare l’avvenuta censura, “mi han detto va nel tatatà e spara ai tatatà“, cosa che Gianni fece. Una evidentemente ancora accorta Mina volle cambiare un verso di “Se telefonando“, quando al buio immaginava “le tue mani sulla mia“, sottinteso mano, ma, siccome va a capire quale cosa “sua” potesse immaginare il malizioso ascoltatore, cambiò in “le tue mani sulle mie“.

1967 “Canzone per un’amica” ancora di Guccini, pur non contenendo assolutamente parolacce, fu censurata perché, parlando di una sfortunata ragazza morta in un incidente stradale, osava diffondere l’immagine di un’autostrada pericolosa, mentre invece “in autostrada non si muore” tuonò il funzionario dell’epoca. Dik Dik censurati in una cover, “Se io fossi un falegname“, canzone interpretata anche da Neil Diamond, il cui titolo originale era “If I were a Carpenter“. Venne tradotta dal geniale paroliere con una libera interpretazione giudicata blasfema. Il testo incriminato diceva: “Se io fossi un falegname e tu ti chiamassi Maria“. Dopo lunghe insistenze da parte della censura il testo venne modificato in “Se io fossi un falegname e tu una signora…“, Ancora i Giganti con “Io e il presidente“, che doveva prendere parte al Cantagiro 1967, la quale fu “oscurata” perche’ un suo verso diceva più o meno “oggi non sei niente e domani sei Presidente“, cosa che dovrebbe essere l’orgoglio di qualsiasi democrazia moderna ma che nella mente contorta del censore doveva apparire come una terribile offesa per il presidente della Repubblica. Un altro classico che subì la censura per il tema trattato fu “Bocca di rosa” di De Andrè, il quale, sempre in quell’anno, scandalizzò il censore con la storia della prostituta che sconvolge la tranquilla vita di un paesino, e sfiorò l’anatema osando accostare “l’amore sacro e l’amor profano” nella processione religiosa; ovviamente la canzone fu giudicata intrasmettibile e riabilitata solo molto tempo dopo. E le grane non vennero solo per le prestazioni sessuali della protagonista, ma anche da cortesi pressioni dell’Arma, per un verso che riguardava appunto i carabinieri. Il testo cassato diceva: “Spesso gli sbirri e i Carabinieri al loro dovere vengono meno, ma non quando sono in alta uniforme e l’accompagnarono al primo treno” e diventò: “Il cuore tenero non è una dote di cui sian colmi i Carabinieri, ma quella volta a prendere il treno l’accompagnarono malvolentieri” Patti Pravo: “Ragazzo triste” è la prima canzone di musica leggera trasmessa da Radio Vaticana, mentre la bacchettona Rai chiede inutilmente la modifica di alcuni versi “dobbiamo stare insieme …ragazzo triste sono uguale a te“, tanto per rendere l’idea… Tenco fu colpito dagli strali censori per “Cara maestra”, canzone mai trasmessa della Rai (nel film di Paolo Poeti, Vedrai che cambierà, si ricostruiva con molta veridicità la seduta della commissione d’ascolto che avrebbe bocciato il brano definendolo “un comizio politico”). Il brano attaccava tre pilastri della società italiana, la Scuola, la Chiesa e le istituzioni: della prima si ricordava che la maestra insegnava che al mondo siamo tutti uguali, però quando entrava in classe il bidello i ragazzi potevano restare seduti mentre dovevano alzarsi all’arrivo del direttore; della seconda che il curato affermava che è la casa dei poveri “però l’hai riempita di ori e come può un povero che entra sentirsi a casa sua?”mentre al sindaco si ricordava di quando diceva che si doveva “vincere o morire” ma lui non aveva vinto, né era morto e al posto suo era morta tanta gente che non voleva né vincere né morire. “Pugni chiusi”, una delle canzoni più conosciute dei Ribelli, firmata da Beretta e Ricky Gianco, aveva il suo titolo originale al singolare, Pugno chiuso. Per opportunità politica, fu chiesto di cambiarlo nel plurale che oggi conosciamo. Ancora Gianni Morandi: per parlare di “andare a letto” negli anni ’60 era necessario ricorrere a perifrasi e metafore, talvolta spericolate, come quella escogitata da Migliacci in “Chimera”, interpretata appunto dal Gianni nazionale, che recita “un fiume quando è in piena/travolge il bene e il male/ma torna nel suo letto e tu con me”

1969 Sospiri e gemiti peccaminosi: caso clamoroso quello di “Je t’aime, moi non plus” della coppia Jane Birkin & Serge Gainsbourg, non tanto per i famosi mugolii della anoressica Jane o per il testo “spinto”, ma per il fatto che il brano non solo non veniva trasmesso dalla RAI, ma addirittura non veniva neanche citato tra le Top10 della Hit Parade radiofonica nonostante fosse ai primissimi posti. Evidentemente la RAI non solo decideva cosa le nostre pudibonde orecchie dovessero ascoltare e cosa no, ma anche quali brani erano degni di comparire nella Hit Parade (una “pura” rilevazione a posteriori dei gusti del pubblico), rendendo macroscopicamente evidente le manipolazioni cui la “realtà” veniva sottoposta. Il brano, successivamente, venne interpretato in italiano anche da Albertazzi e Anna Proclemer. Enzo Jannacci venne fatto desistere dal presentare a Canzonissima “Ho visto un re”, giudicata dal testo eccessivamente polemico (!)

Anni ’70, anni di crisi: la censura ha sempre come bersaglio principale gli argomenti a sfondo sessuale, ma si affacciano altri temi: aborto, divorzio…

1970 Sorprendentemente, di nuovo i Giganti. Incapparono nella censura totale di un LP, “Terra in bocca“, che parlava di mafia e che conteneva dei pezzi “scomodi” dal titolo “Sul tuo letto di morte” o “Lungo e disteso“. Doveva essere una delle prime opere rock italiane ed aveva ottenuto ottime recensioni, ma il censore pensò bene di bloccarlo sia in radio che in televisione, visto che, come asseriscono i pezzi da novanta, “La mafia non esiste”. De Andrè censurato di nuovo in “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers“, quando il censore seppe che l’autore del testo Paolo Villaggio aveva osato chiamare il re “faccia da culo“. “Albergo a ore“, di Herbert Pagani, ripresa anche da Paoli e Vanoni, è super proibita in quanto racconta il suicidio di due amanti in un albergo, appunto, ad ore. Doppio bollino rosso. Il diciannovenne Claudio Baglioni vede la sua “Notte di Natale“, giudicata blasfema (Dio, tu stai nascendo e muoio io… ma dov’è la bestemmia???), mai trasmessa allora dalla RAI. “‘O divorzio“, canzone scritta da Franco Franchi e presentata dallo stesso autore e da Angela Luce al Festival di Napoli, viene purgata nel verso “…appena ‘a legge approvano / ‘i voglio divorzia..” opportunamente modificata in “..appena ‘a legge approvano / me voglio riposa’“.

1971 Problemi a sfondo religioso per Lucio Dalla con la celeberrima “4/3/1943“, che in origine doveva chiamarsi “Gesù Bambino“, titolo giudicato poco opportuno, e che nel testo vide alcuni suoi versi originali tipo “e ancora adesso che bestemmio e bevo vino / per i ladri e le puttane mi chiamo Gesù Bambino“, modificato nel più composto “e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino / per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino” oppure l’iniziale “giocava alla Madonna con un Bimbo da fasciare” giudicato irriverente e modificato in “giocava a far la donna, con un bimbo da fasciare” che, nel 1971, doveva suonare decisamente meglio. Problemi anche per la contemporanea “Il Colonnello”, bollata per i riferimenti al colonnello De Lorenzo ed il tentato golpe di qualche anno prima. Marchiato anche Lucio Battisti. Lo si ascolta in una trasmissione del 1971 in una personalissima esibizione dal vivo (solo strumentale alla chitarra) di “Dio mio no“. La canzone era stata censurata e viene presentata da una Patty Pravo un po’ stupita come il prologo de “La canzone del sole” – eseguita poi in playback. Varie congetture sui motivi della censura: vuoi per il suo titolo (si giudicò irriverente dare del no a Dio?) oppure perché è la storia di un appuntamento galante tra un tipo apprensivo e una donna assatanata e l’iniziativa femminile, si sa, dava fastidio; oppure la censura è scattata per il verso “la sento, mi chiama, la vedo in pigiama“? Mah!! Il futuro Ron allora ancora Rosalino Cellammare, apparve a “Un disco per l’estate” per cantare “Il gigante e la bambina“, storia di uno stupro scritta per lui da Lucio Dalla e Paola Pallottino (gli stessi autori di “4 marzo ’43“) e ingentilita dalla vigile censura di mamma Rai, alla quale “Il gigante con la sua spada d’amore” non poteva proprio andare giù. Roberto Vecchioni si è allargato ancora di più. “Luci a San Siro“, canzone viscerale, molto sofferta anche nella versione che conosciamo, era andata anche più pesante. Paradossalmente nella prima strofa Roberto immagina un produttore che lo esorta a scrivere canzoni piccanti che attirino l’attenzione del pubblico. “Mi han detto è falso tutto quello che lei fa, parli di donne da buon costume, di questo han voglia“. L’originale diceva: “parli di sesso, di coiti anali…“. E qualche strofa più avanti: “Scrivi Vecchioni… fatti pagare, fatti valere, più lecchi il culo e più ti dicono di sì, e se hai la bocca sporca che importa, tienila chiusa, nessuno se ne accorgerà“. Una canzone così meritava forse di erompere in tutta la sua drammaticità, anche se la sordina è altrettanto forte: “più abbassi il capo e più ti dicono di sì, e se hai le mani sporche che importa, tienile chiuse…” Il primo brano inciso con il nome d’arte di Mia Martini dalla compianta Mimì Bertè, “Padre davvero“, ebbe seri problemi: la censura Rai ritiene il testo troppo provocatorio e la esclude dalla programmazione, penalizzandone il potenziale successo discografico. . “Le lacrime di marzo”, di Claudio Baglioni, con l’inquietante suicidio della protagonista, non venne ritenuta adatta alla trasmissione radiotelevisiva e perciò bandita.

1972 Quella che qualche anno fa è stata dichiarata la “canzone del secolo” , parliamo ovviamente di “Questo piccolo grande amore“, appena presentata è incappata negli strali del censore a causa di alcuni versi che, riletti oggi, fanno davvero sorridere. Il sospirante Claudio, come forse si ricorderà, aveva nella canzone “la paura e la voglia di essere nudi“, che, per la RAI del tempo era un po’ troppo, e che fu fatta modificare in “e la paura e la voglia di essere soli“, e non basta, in un altro verso le mani erano “sempre più ansiose di cose proibite“, ma neanche questo andava molto bene e fu trasformato in un anonimo “e mani sempre più ansiose, le scarpe bagnate“… che c’azzecca veramente poco. Il brano non sfuggì anche ad un’accusa di plagio, intentata da Ricky Gianco, il quale afferma di aver scritto, nel 1971, il pezzo “E’ impossibile”, affidandone il testo ad Antonio Coggio perchè la proponesse per un’eventuale incisione. Di fatto “QUesto piccolo grande amore” uscì l’anno seguente a firma Baglioni-Coggio, e la causa si trascina da decenni con Gianco ed i suoi periti che continuano a protestare l’identità delle frasi musicali nella loro morfologia melodica. A Nicola Di Bari bastò dire che “giacesti bambina / ti alzasti già donna“, per incorrere negli anatemi nella sua “I giorni dell’arcobaleno“, che pur vinse un festival di Sanremo (1972). Passò invece per il rotto della cuffia un altro pezzo, approdato anch’esso a Sanremo, dal titolo “Un calcio alla città” del sorprendentemente pluripurgato Domenico Modugno. Venne infatti accusato di “istigazione all’assenteismo” nei versi “da anni sono qui, incatenato a questa scrivania / Ogni giorno / sempre li …ma perché? Ma per chi?“. Censura sanremese anche per la Cinquetti, nel testo del suo “Gira l’amore” il “fidanzato” diventa “un bel biondino” e “Mariella” “una stella” …ma perché???

1973 La “Fabbricante di Angeli” delle Orme fu censurata per l’argomento trattato, l’aborto, nonostante parlasse del fenomeno in forma negativa. De Gregori in “Alice” descrive “il mendicante arabo ha qualcosa nel cappello ma è convinto che sia un portafortuna“. Quel qualcosa era “un cancro”, quindi un tumore al cervello che egli sottovalutava, vivendo anzi con fiducia. Guai dire cancro in TV fuori dall’oroscopo: chi vi moriva, era dichiarato affetto da male incurabile. De Gregori non aveva scelta: o cambiare o restare fuori dal Disco per l’Estate 1974, cambiò e finì ultimo: chissà cosa avrà… augurato ai censori… A Sanremo passa per il rotto della cuffia il brano di Wess e Dori Ghezzi “Tu nella mia vita“, al quale inutilmente cercarono di far cambiare il titolo. Soffermatevi a pensare cosa possa essere passato per la mente del censore…

1974 Baglioni alla ribalta per “Ninna nanna“, nella quale “il pupetto co’ la zinna” e “il popolo cojone” non piacevano molto, anche se i versi erano, e sono, di Trilussa. Tragicamente casuale è invece la censura di un pezzo dei Dik Dik. Si tratta del brano “Help Me“, una canzone di grande impatto emotivo che racconta la storia di un astronauta americano la cui navicella, a causa di un guasto, si perde nello spazio. Ad Houston in sala controllo c’è anche la moglie, in attesa di un figlio, che vive con angoscia quei tragici momenti. Ciò che resterà dell’astronauta McKenzie sarà solo un’invocazione di aiuto (appunto “Help Me”) registrata su un nastro, che rappresenterà l’unica cosa con cui la donna potrà far conoscere il coraggio e la grandezza del padre al figlio che nascerà. Incredibilmente, in corrispondenza dell’uscita del disco successe davvero una cosa analoga, per cui il brano in questione venne censurato e bandito dalle programmazioni. Nello stesso anno a causa un’altra coincidenza temporale, verrà censurata un’intera manifestazione. Si tratta dell’Eurofestival, nel quale Gigliola Cinquetti, che ormai aveva l’età, presenta un pezzo intitolato “Si“. Ma, disgraziatamente, incombe il referendum sul divorzio e quel “Si” potrebbe, ritiene il censore, rappresentare nelle menti degli italiani una chiara “indicazione di voto”. Come rimediare? Viene oscurata l’intera manifestazione, trasmessa in differita molti mesi dopo, con grossa considerazione della maturità civile degli elettori, ritenuti plagiabili da una canzonetta nel testo della quale la bella di turno si concede al suo amante pronunciando il sospirato, ma in quel momento equivoco, “SI!” Ad onor del vero, va però detto che trattandosi di un referendum abrogativo inerente la legge sul divorzio, le forze cattoliche appoggiavano proprio il “SI”, per cui la RAI ultrabacchettona di allora dimostrò una certa “par condicio” censoria, evitando quello che avrebe potuto essere, nella mente del censore, un subdolo appoggio alla volontà DC. “Bella senz’anima” di Riccardo Cocciante venne invece censurata nel suo verso “…e quando a letto lui / ti chiederà di più…“, ingentilita in “…e quando un giorno lui / ti chiederà di più…” Ancora nello stesso anno troviamo tra le epurate “Mai una signora” di Patty Pravo, censurata per l’argomento trattato, l’aborto. . Altra grana per Francesco de Gregori in “Niente da capire“, il verso “…però Giovanna io me la ricordo faceva dei giochetti da impazzire“, era troppo esplicito per il censore, ed infatti diventò: “…però Giovanna io me la ricordo bene, ma è un ricordo che vale 10 lire“. Censura attiva anche per Venditti, la sua “A Cristo“, oltre suonare nel titolo troppo somigliante ad una imprecazione, contiene riferimenti espliciti alla guerra arabo-israeliana (come non è cambiato il mondo, nel frattempo…). Mina interpreta la sigla finale del varietà Mille e una luce. Il brano è “Ancora ancora” e la Mazzini lo interpreta in modo passionale tirando fuori quell’ancora mugolato e umettandosi sfacciatamente le labbra con la punta della lingua. Il censore rischia lo svenimento ed ordina la scomposizione dell’immagine di Mina su più monitor evitando il primo piano di quella bocca carnosa e volutamente socchiusa che avrebbe turbato la serenità della notte dei mariti italiani.

1975 Loredana Bertè, al suo esordio, venne fuori con l’appassionata storia di quest’uomo che lei amava alla follia, che magari gliene combinava anche di tutti i colori, ma che poi “mi diceva sempre: sei bellissimaaa…“. “Sei bellissima“, appunto, che conteneva anche il verso “A letto mi diceva sempre… non vali che un po’ più di niente“. Buona parte del successo toccato al brano fu dovuto, con ogni probabilità, a quel ritornello orecchiabile e urlato fino ai limiti delle stesse possibilità vocali, ma la Rai la giudicava quantomeno sconveniente. Loredana venne colpita anche per l’immagine proposta in copertina nel suo primo LP “Streaking“. Era completamente nuda. L’ineffabile Mina ebbe nello stesso anno la balzana idea di proporre un pezzo che la raccontava in pieno amplesso carnale dal titolo “L’importante è venire“. Come sperava di farla franca non è dato capirsi. Il titolo venne aggiustato in “L’importante è finire” ed entrò trionfalmente nella Hit Parade nazionale, tuttavia nel testo rimane una certa atmosfera peccaminosa che fece storcere il naso a parecchi moralisti e che passò per il rotto della cuffia. Riecco Modugno: incappa negli strali censorii anche per “L’anniversario“, pezzo che, a dispetto del titolo è un arrabbiato inno antimatrimoniale. Venne infatti ritenuto istigatore al concubinaggio ed alla vita di coppia more uxorio senza l’unione sacramentale. I versi recitavano “il nostro anniversario / non è sul calendario / perché di matrimonio non si parla tra noi due… io non ti giuro niente / perché non c’è bisogno / con un contratto non si lega un sogno…” più espliciti di così!!!. Serge Gainsbourg, reduce dagli anatemi di “Je t’aime…” viene di nuovo messo all’indice per un’altra provocazione inaccettabile per l’epoca come “Rock around the bunker“, peripezie di un ragazzino ebreo durante il nazismo (censurato nel 1975: ma chissà se oggi, dopo la benigniana “La vita è bella”…). Edoardo Bennato censurato per “Affacciati affacciati“, invettiva un po’ forte dai tratti antivaticani.

1976 Venne dichiarato il bando ad un pezzo dei (udite udite) Cugini di Campagna, i quali erano sorprendentemente già invisi al censore, infastidito dalla voce un po’ equivoca di Flavio Paulin, che col suo falsetto troppo spinto somigliava fastidiosamente ad una donna e poteva ingenerare imbarazzanti interrogativi. Il pezzo in questione è “Preghiera“, che, toccando un argomento assai poco usuale nella canzonetta, narra di un giovane che assiste impotente alla malattia ed alla morte della sua compagna, finchè alla fine, vinto dallo strazio e non sopportando l’idea della separazione, si toglie la vita. Venne messa all’indice per “istigazione al suicidio” e per questo singolare capo d’accusa giudicata non opportuna da trasmettere in RAI e solo dopo qualche anno di purgatorio, riammessa all’etere. Ancora guai nel 1976 per Mina, che del resto per le sue vicende private (un figlio fuori dal matrimonio) aveva subito perfino un ostracismo dalla TV di stato, per la sua “Nuda“, nella quale si dipingeva come un’oggetto di piacere in pasto al pubblico/cliente, che poteva impossessarsi del suo corpo e farne ciò che voleva, ma non ne avrebbe mai avuto l’anima. Venne ovviamente giudicata improponibile. Censura da Hit Parade per “La prima volta” di Andrea e Nicole, sull’onda lunga di “Je t’aime“, giunta fino al terzo posto ma mai trasmessa. Ancora problemi per Guccini, con la sua “L’Avvelenata“, troppo condita di parolacce e quindi censurata. “Morta per autoprocurato aborto” dell’esordiente Gianna Nannini, censurata nonostante ponesse l’aborto in luce negativa e drammatica. Problemi per “Figlia” di Vecchioni censurata in quanto storia di un padre che esorta la propria figlia ad essere se stessa e a vivere sempre “contro”.

1977 Antonello Venditti in “Compagno di scuola” ricordava “quella del primo banco che l’ha data a tutti meno che a te“. Dopo che i censori chiesero ad Antonello cosa mai la compagnuccia si prodigasse a “dare”, si è addivenuti a un meno esplicito “filava tutti meno che te“. A cavallo tra il ’77 ed il ’78 altra grana per Patty Pravo con “Miss Italia“, cover di “Miss America” degli Styx: viene cassata per motivi strettamente politici, era infatti una sequela di insulti rivolti apertamente contro la DC e la RCA, spaventata, si rifiuterà di pubblicarla. Il compianto Rino Gaetano in “Spendi spandi effendi” parlava di un “maschiaccio libidinoso coglione“, si vide eliminare l’ultima parola in alcune versioni del pezzo, che si fa ascoltare così con la rima mozzata (“autosalone“) e la sola base. Caso di autocensura per Finardi, che modificava sempre “in corsa” i suoi pezzi. Relativamente a “Scimmia“, quando si accorse che il metadone era un rimedio che provocava comunque assuefazione sostituì “bastano un po’ di cure e di comprensione, magari un po’ di metadone” con “decisione” mentre invece, per problemi di censura su disco, proponeva la versione “live” de la celeberrima “La C.I.A.” in questa maniera:”la C.I.A. ci spia e non vuole più andare via, la C.I.A. ci spia con l’aiuto della polizia, la C.I.A. ci spia con l’aiuto della Cristiana Democrazia“.

1978 Celeberrima la canzone “Una storia disonesta” di Stefano Rosso, censuratissima e conosciutissima, tutti coloro che sono stati giovani negli anni ’70/’80 hanno canticchiato “che bello / due amici una chitarra e uno spinello“, ovviamente, pur essendo il 1978, non si poteva dire… Eclatante anche il caso di “Paparock“, firmato Enrico Ruggeri, allora leader dei Decibel. Album d’esordio della band, Enrico era nel suo periodo punk, eravamo durante il Pontificato di Paolo VI. La censura reagì con veemenza, distorcendo la voce addirittura in sede di missaggio, voce che appare alterata al punto da non poter distinguere ciò che dice. Anche sulla copertina il testo è coperto dalla scritta diagonale TESTO CENSURATO. Emergono solo il primo verso “una Messa qua una Messa là tu preghi” e l’ultimo “tu cosa vuoi?“. Ancora la Bertè: i “politici da fiera” nel suo “Dedicato“, scritto per lei da Ivano Fossati, non potevano proprio andar bene, meglio “la faccia che ho stasera“.

1979 Festival di Sanremo: la Rai censura la divertente “A me mi piace vivere alla grande” di Franco Fanigliulo, che vide il suo verso “foglie di cocaina, voglio sentirmi male” mutato dalla censura in “bagni di candeggina, voglio sentirmi uguale“; non era proprio la stessa cosa. Sopravvive miracolosamente, invece, è proprio il caso di dirlo, il verso “adesso che anche Gesù ha un clan di menestrelli / che parte dai blu jeans e arriva a Zeffirelli” alludendo allo spot allora in voga di una nota marca di jeans (proprio Jesus, possiamo dirlo?) La fine di “Je so’ pazzo” di Pino Daniele “…perché je so’ pazzo, je so’ pazzo / nu ce scassate o cazz” venne epurata con un fischio sull’ultima parola (guarda un po’). Vince Tempera ricorda come gli capitò di incappare in una specie di censura: “Capitan Harlock“, nella prima versione era un inno esagerato all’anarchia. La commissione Rai gli intimò di ridimensionarla. Per la cronaca, quella sigla – attribuita al fantomatico gruppo La Banda dei Bucanieri – nel maggio del ’79 arrivò fino al 10° posto in hit parade.

Per terminare questa sezione relativa agli anni ’60/’70, sicuramente gli anni ruggenti della censura discografica e RAI, delle note di servizio per meglio capire il clima che, anche se con la musica non c’entrano nulla, sono così gustosi che meritano ugualmente di essere raccontanti: da normative precise RAI, erano pronunciabili in TV e Radio le parole canarino, piccione, aquila, ma non si poteva dire “uccello” (era ammesso passero, ma rigorosamente al maschile). Uno spot per un lassativo fu purgato (è proprio il caso di dirlo) perché conteneva la parola “intestino” e la testimonial fu costretta a dire “regola l’organismo” con il rischio tragicomico che qualcuno lo acquistasse e lo usasse per una funzione diversa da quella cui era destinato. Infine, fu bocciato un comunicato radio che pubblicizzava un succo di frutta dicendo che esso avrebbe deliziato il consumatore col suo “buon sapore della natura”. Alt! Io, pur essendo malizioso, ho dovuto riflettere qualche istante per capirne il senso “proibito”… voi l’avete capito subito??? Ma avete mai pensato di fare il censore????

Anni ’80, cominciano ad allargarsi le maglie censorie: oscurate solo le parolacce più sfrontate o riferimenti alla droga, ma anche ai politici…

1980 Esilarante al Festival di Sanremo. La scure della censura si abbatte sulla canzone “Voglio l’erba voglio” di Francesco Magni, il quale però dimentica la correzione e canta il verso originale che faceva “…chi si tira una pera solamente il dì di festa…“. Col censore aveva concordato “chi si mangia una mela ecc…“. Verrà pesantemente redarguito. Vasco Rossi nel ’80 lancia il suo terzo LP “Colpa d’Alfredo“; l’omonima canzone incappa nella censura radiofonica che trova troppo “forte” una frase contenuta nel testo: “è andata a casa con il negro la troia“. e suscita le ire delle femministe. La stampa definisce in questo periodo Vasco “un ebete piuttosto bruttino…”, “uno sciagurato…”, “un drogato…”. Rino Gaetano, purtroppo alle sue ultime composizioni, riempie le sue canzoni di personaggi tratti dalle cronache e dalla vita di tutti i giorni. I temi trattati nei brani gli procurano un rapporto difficile con i media ufficiali sfociando nella censura televisiva. Pare che la stesura iniziale del di “Nun te reggae più” contenesse esclusivamente nomi di politici. Venne fatta cambiare. Per qualche giorno, dopo la morte di Gaber, la televisione lo ha descritto nel modo più “angelico” possibile, i politici hanno tutti ricordato “quanto era bravo”, le radio hanno trasmesso le sue canzoni più comiche e divertenti. Chissà perché hanno tutti dimenticato di trasmettere e di parlare del brano “Io se fossi Dio” che è stata sempre proibita dalla radio e dalla televisione italiana: anzi, era considerata così pericolosa che nessun discografico ha voluto pubblicarla! Gaber l’ha perciò prodotta in proprio e il disco ha per questo avuto un sistema di vendita molto particolare (non si trovava normalmente nei negozi ma circolava quasi “clandestinamente”). Perché la canzone è così terribile? Perché in anni in cui il terrorismo delle Brigate Rosse rapisce, uccide e commette crimini (solo nel 1978 era stato assassinato Aldo Moro, il Presidente della Democrazia Cristiana), Gaber dice che “a Dio i martiri non gli hanno fatto mai cambiare giudizio” e lancia un’invettiva feroce contro quelle stesse persone e parti politiche che spesso sono vittime del terrorismo. Aldo Moro era stato seppellito da poco, e lui cantava, anzi, urlava “Per questo io, se fossi dio, avrei ancora il coraggio di dire che Aldo Moro, insieme a tutta la Democrazia Cristiana, è il responsabile maggiore di trent’anni di cancrena italiana!“. Ne aveva per tutti, in quel disco. Per i “compagni socialisti, insinuanti astuti e tondi, con le vostre spensierate alleanze, di destra, di sinistra, di centro…”, per gli “untuosi democristiani, o i grigi compagni del PCI“, per i radicali (“La parola compagno non so chi te l’ha data, ma in fondo ti sta bene, tanto ormai è squalificata“) invitati a prepararci un altro referendum, “questa volta per sapere, dov’è che i cani devono pisciare“. E i giornalisti? “Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti, e si direbbe proprio compiaciuti! Voi vi buttate sul disastro umano, col gusto della lacrima in primo piano“.

1981 Un esordio col “botto” aveva in mente senz’altro Luca Barbarossa che, onestamente, non pensiamo si sia meravigliato gran che quando gli fu intimato di cambiar titolo alla sua “Roma puttana“, passata alla storia sanremese come “Roma spogliata“. Vasco Rossi in “Siamo solo noi” propone la sua “Ieri ho sgozzato mio figlio” ma la sua casa discografica impone che il titolo venga abbreviato in “Ieri ho sg. mio figlio“. Agghiaccianti anche a distanza di oltre vent’anni i versi di Vasco “…ho sgozzato mio figlio, è stato uno sbaglio, credevo fosse un coniglio…” Mah!

1982 Ancora Vasco, questa volta a Sanremo. “Vado al massimo” in stesura originale ad un certo punto faceva “..vado al Messico, voglio andare a vedere se come dice il droghiere, laggiù masticano tutti foglie intere” l’abbinamento droghiere – masticatori di foglie lasciava davvero pochi dubbi sul contesto, per cui il sig. Rossi venne invitato a cambiare il verso in “..laggiù vanno tutti a gonfie vele“.

1983 Caso curioso per il bravissimo Sergio Caputo. Il suo primo disco, “Un sabato italiano“, si apre con uno strepitoso dixieland e le parole “Idrofobina vegetale bevo per dimenticare mal di mare viscerale“. Il rimedio pensato inizialmente era “Citrosodina granulare“, ma la casa produttrice del digestivo sentenziò che si sarebbe dovuto specificare che era un medicinale, da usare con cautela e leggerne attentamente le avvertenze e le modalità d’uso. Sergio cambiò il verso.

1987 Zucchero. La sua “Pippo” esplodeva con il celebre “Pippo… che cazzo fai?” mentre questa parola appariva già in numerose canzoni, film e programmi TV, insieme ad altre parole anche più triviali. La Rai lanciò una delle sue ultime frecce dalla faretra della censura di regime, mandando in onda (l’album era primo in classifica) una versione che toglieva di netto le quattro battute incriminate, nei tre passi dove Pippo subisce un simile rimbrotto. Forse era perché Sugar lo diceva con gusto; forse per non offendere il Baudo nazionale, forse perché… se la potevano risparmiare.

1988 Nel 1988, sempre a Sanremo, i Figli di Bubba, formazione sporadica capitanata inopinatamente da Di Cioccio e Pagani della PFM, cantavano “Nella valle dei Timbales” e dicevano “saluti all’esclusiva, saluti alla TV“. Nell’ultima serata, a tradimento, se ne uscirono con un “fanculo l’esclusiva, fanculo alla TV“, vennero redarguiti.

Anni ’90, gli episodi censori si fanno sempre più radi: in tema di par condicio, però, ancora da evitare i riferimenti politici troppo espliciti.

1990 I Pooh furono costretti a cambiare il verso della canzone vincitrice di Sanremo, “Uomini soli“. Così “…perduti nel Corriere della Sera…” divenne: “…perduti nel giornale della sera…“, e tutto questo perché si temeva facesse pubblicità al quotidiano di via Solferino.

1991 Torniamo sullo sboccacciato irriverente con Elio e le storie tese: nel maggio 1991 la canzone “Cara ti amo” opportunamente modificata viene censurata durante il concerto del primo maggio trasmesso in Rai. L’evento sarà proposto con il nome di “Sabbiature” nel cd-single “Pippero“. Lieve censura per Marco Masini a Sanremo: la sua “Disperato” viene purgata nel verso “…stanotte asciugo i bar della città” che diventa “stanotte vado e spacco la città“, nella curiosa convinzione del censore che il teppismo sia meno grave dell’alcolismo…

1992 Il gruppo è sempre quello di Elio, la canzone è “Gomito a gomito con l’aborto“, che è stata ritenuta sconveniente dalla Rai e, dopo che Elio ed i suoi avevano già registrato un passaggio televisivo, non è stata mandata in onda. L’aspetto divertente della questione, ha dichiarato lo stesso Elio, è che la spinosità del testo era stata fatta notare da lui stesso subordinando la registrazione del pezzo alla sua messa in onda integrale. Era loro stato assicurato che la cosa sarebbe avvenuta in questi termini. Invece no.

1993 La radio diocesana di Treviso, Radiovita, ha fatto di Marco Masini un caso, censurandone le canzoni e accusandolo di volgarità, di essere un prodotto costruito e privo di valori proponibili ai giovani. Colpo di coda a Sanremo con la decapitazione del titolo del brano di Faletti, “Signor tenente“, a cui fu tolto l’iniziale “minchia“, peraltro mantenuto nel testo.

1994 Al festival di Sanremo Paolo Rossi e Jannacci evocano le vicende di Tangentopoli ne “I soliti accordi“: un passaggio del testo faceva “in fondo alla strada / ci son tre ladroni / sembravano onesti sembravano buoni / eran solo furboni. Il primo gridava / Forza Italia…” venne loro chiesto di soprassedere dal riferimento politico.

1995 Ricorda lo stesso Baccini che in quell’anno propose una canzone che si chiamava “Filma!” e che parlava della delinquenza giovanile chiaramente sotto una forma ironica. Venne censurata perché l’ironia sembrava derisione; il brano, pur essendo scritto sette anni prima, riletto ogi presente inquietanti analogie col tragico caso di Novi Ligure.

1996 Federico Salvatore a Sanremo con un brano di rottura, “Sulla Porta“, confessione di un ragazzo gay che si dichiara tale all’attonita mamma che nulla sospettava. Viene censurato il verso “Sono un diverso, mamma, un omosessuale” cambiato in “Sono un diverso, mamma, non volermi male”

1997 Ancora Sanremo, riecco la Bertè. Nel pezzo scritto da lei stessa in collaborazione con M. Piccoli, “Luna“, esordiva con un esplicito “Vaffanculo luna“. Le fu chiesto di evitare, acconsentì, tanto è vero che il testo pubblicato su Sorrisi e Canzoni recitava ciò che poi ha cantato come verso iniziale del pezzo, ovvero “Occhiali neri, luna“: frase dal significato oscuro. Da “Il gobbo di Notre-Dame“, cartone disney dell’anno: lieve censura nella canzone-preghiera con cui Esmeralda si rivolge a Dio perché aiuti i “derelitti”. Nella versione originale i “fedeli” le fanno eco con uno sfacciato inno alla cupidigia (“fama, gloria e tutto l’amore che si può possedere“); in italiano il ritornello del coro si riduce ad un morigerato “l’amor e la gioia del cuor” Il 27 settembre Barbara Cola e Gianni Morandi interpretano davanti al Pontefice “Imagine” di J. Lennon, in occasione del 47° Convegno Eucaristico che si svolge a Bologna. Per rispetto glissano sui versi “…nothing to kill or die for, no religion too…”.

1998 problemi per i rapper 99 Posse: nonostante il successo di “Corto circuito” (160.000 copie vendute): “L’anguilla” è infatti assente dalla programmazione di alcuni grandi network. Il problema sono i versi, questa volta sulla “grande catena di montaggio sociale/nella quale lavoro da anni/e sono tanti anni che voglio sabotare/sabotare e sovvertire“.I 99 se la prendono con la “gente per bene che si offende se dico pene e ‘ppo votano a Berlusconi, Prodi, Dini, D’Alema, Fini mo se porta pure ‘a Bonino / e va fà…“. Alcune emittenti radiofoniche spiegano che non si tratta di censura parlando invece di scelta artistica, altre motivano l’esclusione per lo scarso successo commerciale del gruppo, fatto sta che la canzone non va in onda.

1999 Quattro lettere, quelle che indicano poco elegantemente il sesso femminile, mettono di nuovo nei guai Elio e le Storie tese. Le radio, infatti hanno censurato “La visione“, nuovo singolo della band. Anzi, si rifiutano proprio di trasmetterlo. Tutta colpa del ritornello che insiste, a ripetizione: “la visione della fica da vicino“. Un rap arrabbiato, stile centro sociale, con un testo ovviamente “demenziale”, con altri passaggi contestati dai network radiofonici : “Sei proprio un coglione”, “Li mando a affanculo e gli mostro lo scroto“. “. Solo radio Deejay “osa” far sentire il pezzo. Radio Dimensione Suono, Rtl 102,5 e Radio Montecarlo, invece, hanno bocciato la canzone con un diplomatico “abbiamo valutato il pezzo, ma non ci è sembrato in linea con il nostro stile e i gusti del nostro pubblico”. Più espliciti a radio 105. “Non trasmettiamo “La visione” per il suo testo -spiega il responsabile del palinsesto. purtroppo quella parola viene ripetuta troppe volte e non possiamo coprirla, come abbiamo fatto per altri brani, con un bip: sarebbe una sequenza di fischi che coprirebbe la musica. Nulla contro Elio e le Storie Tese, anzi aspettiamo che lancino altri pezzi perché il resto del disco è valido. Lui per tutta risposta manda tutti a quel paese, e mentre in tv canta: “La visione della Fibra è da vicino…” nei concerti ripristina i versi originali. Ma, si sa, Elio è così, prendere o…

Anni 2000: ancora la censura?!?!?

2001 “Kamikaze” doveva essere il singolo di punta dell’album “Luna Matana” di Lucio Dalla. Ancora una volta il destino ci mette del suo, ed il lancio dell’LP coincide disgraziatemente con lo choc dell’11 settembre. Nonostante Kamikaze sia una canzone d’amore, Dalla sceglie “Siciliano” come singolo di punta per il suo nuovo lavoro. Problemi per Federico Salvatore e la sua “Se io fossi San Gennaro“, che ricorda e cita “Io se fossi Dio” di Gaber, rifatta in chiave locale. La censura la boicotta ma, senza neanche una casa discografica, il cantante napoletano la presenta al Festival di Napoli 2001. Grande successo per Francesco Tricarico con “Io sono Francesco“, ma al suo verso “puttana la maestra” in alcune versioni viene sovrapposto un fischio. Autocensura per I Sottotono a Sanremo: la loro “Mezze verità” prevedeva nel ritornello ripetute più volte le parole “fottersene; fotterti e figli di puttana“, data la minore età del loro componente Francesco Spiriti e una norma precisa che impone”è fatto divieto ad un minorenne utilizzare in televisione termini od espressioni lesive nei confronti della giovane età del medesimo“, I Sottotono, piuttosto che rettificare le parole incriminate preferiscono tacerle del tutto.

2002 La Rai non trasmette “l’inno di Mameli” nell’inedita versione gospel cantata da Elisa che doveva essere usato come sigla introduttiva di tutte le partite della nazionale italiana ai mondiali di calcio. Il ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri, pur affermando di apprezzare la cantante, aveva chiesto di ritirare l’inno definendo la sua versione “una vergogna“. La Rai invece comunica che “L’inno di Mameli cantato da Elisa fa parte della sigla sponsorizzata della Federazione Italiana Gioco Calcio, che per i Mondiali di Calcio non ha richiesto alla Sipra di trasmetterla“, in una nota con cui spiega la mancata messa in onda dell’inno in versione gospel per la partita Italia-Ecuador. “Di conseguenza – continua il comunicato di Viale Mazzini – la concessionaria di pubblicità già in data 27 maggio aveva comunicato alla Rai di non autorizzare la messa in onda della sigla della F.I.G.C“. L’Inno, di fatto, non verrà più trasmesso.

2004 Canzone bocciata al Festival di Sanremo perchè antiproibizionista: a sostenerlo è Oliver Skardy, ex cantante del gruppo veneziano Pitura Freska, che aveva presentato alla commissione presieduta da Tony Renys il brano intitolato “Super Skunk” che gioca sul doppiosenso di skunk che in olandese è un tipo di Marijuana e in dialetto veneziano (scritto però skank) è un ballo. La canzone era piaciuta moltissimo, sostiene Skardy, fino a che Renis e compagni non hanno mangiato la….foglia sul doppio senso e di fatto escluso l’estroso veneto dalla manifestazione. Autocensura per Pappalardo sanremese, l’esagitato reduce dall’isola dei famosi si castra, relativamente al brano “Nessun consiglio” nel verso Picchio molto duro, ho un pugno che è un mattone/e mi starà alla larga il solito coglione.. dichiarandosi d’accordo nell’epurazione della parolaccia….testicolare!

[di Maurizio Targa per Hit Parade Italia]

 

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