Nico Fidenco, cantore del grande schermo

Il 24 gennaio 2003 spegne 70 candeline il signor Domenico Colarossi, nato a Torino da genitori abruzzesi, cresciuto tra l’Asmara e Roma, di professione musicista e cantautore, da più di quarant’anni noto a tutti come Nico Fidenco, un nome che fa subito scattare un meccanismo di ricordi indissolubilmente legati alle (vere o presunte, ma comunque sin troppo celebrate) tipiche atmosfere vacanziere degli anni ’60, con i “juke-boxes” in prima linea, pronti a sparare a tutto volume le note delle canzoni più in voga.

Difatti, se riflettiamo bene, Legata a un granello di sabbia fu il primo vero “tormentone” discografico estivo italiano (anno di grazia 1961), forte anche di un milione di copie vendute grazie anche alla complicità dei turisti stranieri in vacanza nel nostro Paese, catturati dalla semplicità del motivo (un orecchiabile “giro di DO” elaborato da Fidenco e rifinito da quel Gianni Marchetti che, dieci anni dopo, avrebbe legato il suo nome a quello di Piero Ciampi, “poeta maledetto”).

Tuttavia Nico Fidenco non rimane solo l’autore ed interprete di “Legata a un granello di sabbia” o di Come nasce un amore, ma anche il primo cantante italiano a specializzarsi in un filone del tutto particolare, quello delle canzoni e delle musiche da film, sull’onda di un clamoroso successo che lo aveva imposto alle nostre platee poco prima del succitato “boom”: What a sky!, canzone scritta da Giovanni Fusco per il film di Citto Maselli “I delfini”, interpretato da Tomas Millian, Claudia Cardinale e Sergio Fantoni e presentato alla Mostra Cinematografica veneziana del 1960. E dire che questa occasione fu il classico terno al lotto per il giovane studente di Giurisprudenza della “Sapienza”, il quale, da chitarrista autodidatta, aveva composto qualche canzoncina ed aspirava, “cum grano salis”, a salire gradino per gradino la scala del successo, non aspettandosi certo una serie di eventi fortuiti quanto travolgenti: i mancati accordi con Paul Anka, in un primo momento interpellato per cantare la “sound-track” (il cantante canadese non era ancora di casa da noi); il confronto con l’emergente Little Tony e con lo stesso figlio del Maestro Fusco, Kiko (poi, dopo alcuni anni spesi a peregrinare in incisioni minori come solista, fondatore del complesso beat “Le Pecore Nere”); l’interesse mostrato dalla gente più per la canzone che per il film in sé (peraltro non cattivo), tanto che il disco non era neanche in programma.

Quindi, dietro le pressanti richieste del pubblico, il 45 di “What a sky!” uscì e balzò subito in testa alle classifiche negli ultimi giorni del 1960, quando già stava comparendo nei negozi il secondo “singolo” di Fidenco, anche in questo caso realizzato per lanciare un film, stavolta nordamericano, Il mondo di Suzie Wong: fu un altro trionfo, tanto che il legame tra Fidenco e le “sound-tracks” divenne pressoché indissolubile. Ecco quindi Just that same old line (“La ragazza con la valigia”), Trust me (“L’avventura”), Exodus, Moon river (“Colazione da Tiffany”), La donna nel mondo, Cleopatra, Hud il selvaggio, L’uomo che non sapeva amare, Celestina, Lord Jim, Jean Harlow la donna che non sapeva amare, E venne la notte, Una stagione all’inferno ed altri temi ancora (tutto questo tra il 1961 ed il 1971), per non parlare di colonne sonore scritte personalmente da lui, a cominciare da quella per lo “spaghetti-western” intitolato “All’ombra di una colt” (con lo splendido brano dal titolo Finché il mondo sarà, 1966) ed arrivando alla saga “proibita” di Emmanuelle nera (1975-76).

Il Fidenco più “da classifica” regalò comunque non poche emozioni, almeno fino al 1965, trionfando con canzoni orecchiabili, ma non banali (Come nasce un amore, pezzo partito come lato B di “Exodus”, ma presto promosso a facciata A; Lasciami il tuo sorriso, tipica melodia all’italiana”; Se mi perderai, uno dei primi esperimenti consistenti nel raddoppio della propria voce in sala d’incisione; l’allegro “surf” Con te sulla spiaggia; l’intrigante A casa d’Irene, dovuta però a Franco Maresca e Mario Pagano) e rivelandosi anche come voce tipica dei “lenti” da ballare in coppia in occasione delle feste in casa (non per niente un suo album venne intitolato Per noi due).

Il 1965 segnò una fase discendente: ci fu un tentativo di riportare in auge vecchi e gloriosi “classici” italiani e stranieri (parzialmente nel 33 giri Musica per innamorati; totalmente in Nico Fidenco Show, album distribuito con successo anche all’estero, specialmente nelle Americhe); quindi il Sanremo ’67, poco fortunato, la peregrinazione per case discografiche (l’uscita dalla RCA per seguire Carlo Rossi e la sua nuova etichetta “Parade”; una parentesi con la Fonit-Cetra; un temporaneo ritorno in RCA; un più duraturo contratto con la RI-FI), quindi i trionfi in Sudamerica, specialmente in Brasile, lungo tutta la decade successiva.

Si sa, negli anni ’70, in Italia, non c’era alcunché da fare per gli eroi del “juke-box”, schiacciati dal dominio dei cantautori impegnati, per cui bisognava seguire strade più congeniali per rimanere attivi: Fidenco scelse di scrivere colonne sonore, di cantare all’estero, di intraprendere l’attività di conduttore di trasmissioni radiofoniche dedicate prevalentemente al rapporto tra musica e cinema (cosa che continua ancor oggi) e soprattutto di ricoprire a pieno titolo il ruolo di sindacalista delle sette note (fu lui, assieme a Teddy Reno, a fondare il “Sindacato dei Cantanti Italiani”).

Indi, nel 1980, il ritorno sul mercato discografico con La mia mania, ottimo brano che avrebbe meritato un successo maggiore di quello ottenuto realmente, e, con la scusa di avere una figlia di pochi anni, con una serie di canzoni-sigla per cartoni animati (Fantasupermega, Don Chuck il castoro, Sam, ragazzo del West) e telefilm diretti prevalentemente al pubblico più giovane (Arnold).

Infine, la riunione con gli amici e colleghi Gianni Meccia, Jimmy Fontana e Riccardo Del Turco per dar vita al progetto “Superquattro”, incontrastato dominatore di tante serate sul filo della nostalgia su e giù per la Penisola.

L’etichetta di “cantante confidenziale” ha un po’ segnato la carriera di Fidenco, lasciando decisamente in ombra le altre attività che, sempre in ambito musicale, il cantautore ha avuto modo di svolgere con passione, anche se, ogni volta che la sua voce flautata intona “Ti voglio cullare, cullare posandoti su un’onda del mare, del mare”, è inevitabile che scroscino gli applausi e riaffiorino i ricordi di stagioni lontane, irresistibili ed irripetibili. Il suo settantesimo compleanno (che sicuramente i “media”, così condizionati come sono dalle leggi di mercato, snobberanno) ci è sembrata l’occasione giusta per riconoscere appieno gli indubbi meriti che gli spettano.

[di Cesare Borrometi per Hit Parade Italia]
Condivi sui Social