I Queen

Gli inizi
I Queen sono stati senza ombra di dubbio una delle maggiori band della storia del rock, l’unico gruppo capace di realizzare composizioni intricate e accessibili, lontano da sperimentalismi eccessivi (come i Velvet Underground o i primi PINK FLOYD per esempio) e da canzonette di facile ascolto (BEATLES o brit-pop). Soprattutto negli anni ’70 hanno realizzato una marea di album storici e fantastici a metà strada tra glam, hard-rock e prog-rock, il tutto senza ausilio di strumenti elettronici. Negli anni ’80 il gruppo si è quindi evoluto (anzi forse involuto) prima verso il funk, poi verso il pop (con pochi episodi degni a dire il vero) per poi ritornare al formato che gli competeva verso la fine del decennio. La morte di Freddie Mercury (1991), anima e fantasia del gruppo nonchè dotato di una voce non comune nel campo del rock, ha di fatto segnato la fine del gruppo: Brian May (orchestroso ed estroso chitarrista), Roger Taylor (interessante batterista)e John Deacon (bassista) non se la sono sentita di continuare e hanno solo riproposto inutili raccolte per fini commerciali che comunque non sono riuscite ad infangare la fama del gruppo, oramai universalmente conosciuto. Nondimeno però la stampa li ha sempre criticati per partito preso, sicuramente a causa delle stravaganze di Mercury, bisessuale dichiarato che non amava le mezze misure nemmeno nelle sue rare dichiarazioni; questi suoi atteggiamenti hanno negato al gruppo anche le vendite negli USA (1°mercato mondiale) per tutti gli anni ’80.

Il gruppo si forma nel 1971, dalle ceneri degli SMILE e tra vari sacrifici nel 1973 riesce a pubblicare QUEEN, un ottimo lavoro per altro già superato all’uscita (e infatti le idee risalivano ai due anni precedenti) e i critici non esiteranno a definire il gruppo un clone dei LED ZEPPELIN o al limite di DAVID BOWIE. Nonostante tutto l’album lascia intravedere lo stile della band e soprattutto di Mercury, capace di scrivere composizioni mutevoli e orchestrate, e lancia le prime perle del gruppo: MY FAIRY KING è una specie di prog-rock (condensato in 4 minuti) che anticipa lo stile orchestrale e l’uso dei cori, cosa che sarà rivista ed ampliata nei successivi lavori. LIAR è un maestoso rock (quasi alla FREE BIRD, tra l’altro dello stesso anno) in cui la chitarra di May e la voce di Mercury si mischiano con grande intensità. La produzione del disco però non è delle migliori, come detto. KEEP YOURSELF ALIVE, un glam-hard rock esordisce con un suono dinamico ma risente di troppi momenti morti; lo stesso dicasi per il selvaggio hard-rock di MODERN TIMES ROCK’N’ROLL (unica composizione di Taylor) sicuramente la canzone meno riuscita del disco (e al suo interno rievoca memorie zeppeliniane di COMUNICATION BREAKDOWN). La blasfema GREAT KING RAT aggiunge carica a un disco già intenso di suo e ancora una volta rievoca pesantemente certi passaggi degli Zeppelin. Stesso dicasi per SON AND DAUGHTER. I Queen però si inoltrano anche in territori psichedelici e prog. THE NIGHT COMES DOWN si basa su note psichedeliche che danno senso di distorsione all’ascoltatore e possiede ottimi spunti melodici. DOIN’ALL RIGHT si alterna nella migliore tradizione prog (del gruppo…) tra parti hard-rock e parti melodiche con rapidi cambi di tempo e una raffinatezza unica. JESUS invece, ironica composizione, risulta abbastanza trascurabile.

L’album non ottiene un successo strepitoso ma la band è decisa nei suoi intenti e riesce ad eliminare ogni errore sonoro nella realizzazione dell’oscuro QUEEN II, secondo capitolo della saga, un concept-album che contrappone un lato bianco (ad opera di May) ad un lato nero (ad opera di Mercury) che sembra rievocare il dualismo LENNON-MCCARTNEY in ABBEY ROAD; ma questo non è dovuto certo a litigi ma bensì al desiderio di relizzare un affresco sonoro. Quello che viene fuori è un magniloquente lavoro, avanti anni luce rispetto al precedente disco e dotato di una pulizia sonora senza eguali nella storia del rock. Inoltre lo stile compositivo della band (e in particolare di Mercury) raggiunge un livello personale ed inimitabile. L’iniziale PROCESSION, brano strumentale, fa notare tutta l’abilità del chitarrista May capace di realizzare con la chitarra suoni quasi orchestrali (sembra di udire violini, viole e violoncello) e lancia il rock ad ampio respiro di FATHER TO SON che alterna la melodia principale ad intricati assoli ed armonie vocali. Il piatto forte dell’album oltre alle musiche sono sicuramente i testi che segnano la contrapposizione tra il bene e il male: il tutto è esemplificato tra WHITE QUEEN, tenera composizione semi-acustica con vibranti assoli elettrici, e l’inquietante THE MARCH OF THE BLACK QUEEN, capolavoro assoluto dell’album e inno alla conversione delle forze del male. La canzone, un prog-rock di elevato impatto (poichè mutevole ma senza un singolo accordo inutile, cosa invece comune nel prog, vedasi YES ed EL&P) alterna melodia, hard-rock selvaggio, arie orientaleggianti e intricate armonie vocali anticipando lo stile di BOHEMIAN RHAPSODY. Il prog-rock originale e inusuale della band è visibile anche nei 2 minuti e trenta di THE FAIRY FELLER’S MASTER STROKE in cui suoni flessuosi e kitchs si alternano a pianoforte e chitarre e soprattutto nell’incredibile SEVEN SEAS OF RHYE (una versione strumentale della quale era presente nel primo album) che dopo il meraviglioso giro di pianoforte iniziale si evolve in un pesante hard-rock dagli strani risvolti quasi psichedelici. SOME DAY ONE DAY è una ballata a metà tra lo psichedelico e il pop ed è assolutamente piacevole e melodica. L’hard rock puro viene rivisitato dal gruppo con THE LOSER IN THE END (unica composizione di Taylor) ancora sotto influssi zeppelin e in OGRE BATTLE, circolare composizione che trae ispirazione anche dal prog nei suoi movimenti imprevedibili e fiabeschi. La strana personalità di Mercury si esalta anche con dolci composizioni pianistiche come la tenera e breve NEVERMORE. L’album in definitiva nella sua maestosità e grandiosità è una pietra miliare del rock, influenzando pesantamente tra l’altro gli SMASHING PUMPKINS di “SIAMESE DREAMS”, ed otterà un discreto successo commerciale (n°5 nelle charts inglesi) grazie a ottime apparizioni live.

Proprio l’impossibilità (per una malattia di May) di rimanere in tour per tutto l’anno lancia l’uscita di un nuovo album sempre nel 1974: SHEER HEART ATTACK. L’album è decisamente più scarno ed essenziale del precedente ma ugualmente eccellente grazie al sempre + maturo song-writing di Mercury e May. Ad imporre l’attenzione del gruppo è KILLER QUEEN, un brano a sorpresa che disorienta la stampa che li voleva come cloni dei LED ZEPPELIN. La canzone è un art-rock di notevole impatto, fatto di armonie beatlesiane, di uno stile che oramai si può definire queeniano e di una grande dose di ironia quasi cabarettistica (tipica del carattere di Mercury). Questa velata ironia (ma d’altra parte lo stesso cantante si prendeva in giro…) era un macho vestito da drag queen omosessuale) si risente nella barocca BRING BACK THAT LEROY BACK, in cui vi sono milioni di parti e strumenti (tra cui l’ukulele) nonchè suoni sempre più flessuosi e divertenti. Nell’album comunque convivono sia dure cavalcate hard-rock sia dolci ballate pianistiche. Il lato prog del gruppo permane solo in BRIGHTON ROCK in cui la chitarra di May disegna ragnatele e armonizzazioni incredibili segnalandolo sempre più come uno dei migliori chitarristi del suo periodo. L’hard-rock secondo Mercury è disegnato da duri riff chitarristici e vigorosi giri pianistici inaugurando (anzi portando avanti) il marchio di fabbrica del gruppo cioè la sovraincisione di chitarra e piano: FLICK OF THE WRIST ne è un piacevole esempio. Taylor conserva uno stile più selvaggio, evidente in TENEMENT FUNSTER, ruvida composizione rock. May invece prova alla ricerca di suoni grezzi e puramente rock a sfidare i ROLLING STONES con NOW I’M HERE, che comunque assume da subito una propria fisionomia. Mercury si ripete nel campo hard-rock con la dinamica STONE COLD CRAZY che ha influenzato i METALLICA, dotata di una velocità che sembra quasi anticipare il punk o addirittura il metal. Come detto però non mancano le dolci ballate pianistiche, da sempre territorio di Mercury: LILY OF THE VALLEY possiede una carica emotiva e un tasso melodico raro nel mondo del rock. DEAR FRIENDS, ad opera di May, non aggiunge niente e rischia di scomparire di fronte a tanti gioielli. Deacon esordisce alla composizione con MISFIRE, innocente canzone pop, filler come DEAR FRIENDS. IN THE LAP OF THE GODS e SHE MAKES ME, cavalcate distorte e sperimentali, rivelano invece un particolare gusto psichedelico. A concludere l’album degnamente ci pensa IN THE LAP OF THE GODS… REVISITED, un valzer coinvolgente che nel finale diventa un coro e un inno ed è degno predecessore di WE ARE THE CHAMPIONS. L’album dà le prime vere soddisfazioni commerciali al gruppo, raggiungengendo il n°2 nelle charts così come il singolo KILLER QUEEN e un incendiario tour li rilancia come live band per eccellenza. Strepitosa accoglienza otterranno soprattutto in Giappone. In estate è la volta del ritorno in studio per registrare il loro 4° album la cui uscita verrà prevista per il novembre 1975.

La maturità
A NIGHT AT THE OPERA, questo il titolo dell’album, è il capolavoro del gruppo nonchè uno dei capolavori di tutta la musica rock e riesce a fondere generi musicali diversi in un unico stile teatrale e fastoso; di fatto nessun altro gruppo era riuscito a fare una cosa del genere. A maggior ragione il singolo BOHEMIAN RHAPSODY (n°1 per 9 settimane) era l’antitesi del classico 45 giri che sfondava le classifiche: era controverso, lungo 6 minuti, operistico, con un testo oscuro e di difficile impatto; quindi il suo incredibile successo segna un punto di svolta nella storia della musica rock. La canzone, dopo un avvio a cappella, si evolve in una deliziosa melodia pianistica puntellata da un emozionante assolo chitarristico prima di sprofondare nei 45 secondi più incredibili della storia della musica: i toni si fanno teatrali, ironici, ci si ritrova nel mezzo di una opera pregna di 180 sovraincisioni vocali che poi esplode in un graffiante hard rock prima di spegnersi in una nota di dolcezza ancora a base di piano. Ma l’incredibilità di BOHEMIAN RHAPSODY (che è anche una delle canzoni più importante della storia del rock) non toglie spazio agli altri gioielli dell’album. Da una parte Mercury esprime tutta la sua passione retrò in LAZING ON A SUNDAY AFTERNOON e in SEASIDE RANDEVOUZ, ispirate a suoni degli anni 20 e che grazie a suoni sempre più divertenti e ironici lanciano lo stile cabarettistico del cantante. Ma il carattere del cantante sfocia anche nel terrificante hard-heavy di DEATH ON 2LEGS,dove dure scosse adrenaliche di chitarra elettrica vengono fatte convivere con giri pianistici vagamente mozartiani e con armonie e cori sempre più queeniani. L’Hard-rock duro e viscerale è anche in SWEET LADY fatta di violenti stop and go di chitarra che scuotono l’atmosfera raffinata e teatrale del disco. Altra canzone dinamica e travolgente è senza dubbio I’M IN LOVE WITH MY CAR, sicuramente la migliore composizione di sempre di Taylor, che carica l’ascoltatore su di un tessuto magnetico di chitarre elettriche. Deacon invece si conferma autore di ottime pop song: YOU’RE MY BEST FRIEND, non è niente di più che una piacevole canzone tra l’altro eseguita con il piano elettrico; alla stessa stregua c’è LOVE OF MY LIFE, una tenera canzone d’amore di Mercury che emoziona fin da subito l’ascoltatore. Ma la natura eclettica della band esplora anche il folk e il basking nell’incredibile ’39 nonchè il dixieland in GOOD COMPANY, tra l’altro dotata ancora una volta di trovate teatrali e cabarettistiche. Altra canzone eccessiva e delicata è THE PROPHET’ SONG, che batte in durata BOHEMIAN RHAPSODY con i suoi 8 minuti e 20. La composizione evolve da un hard-rock vagamente psichedelico a una sezione centrale complicatissima in cui le sovraincisioni vocali si intrecciano fino a creare una cascata quasi infinita di suoni. Un album tanto maestoso e teatrale non poteva che concludersi con una ironica autocelebrazione GOD SAVE THE QUEEN, ovvero l’inno nazionale inglese riarrangiato da May. Il successo planetario di A NIGHT AT THE OPERA fa piombare il gruppo nello starsystem e i susseguenti tour inglesi, australiani e giapponesi fanno accrescere la fama del gruppo che cmq prova a mettere i piedi per terra e torna in studio per dare un seguito all’opera.

Nel Dicembre 1976 esce A DAY AT THE RACES concepito fin dal titolo come album gemello del precedente: è questo il pregio e il difetto dell’album, maestoso e barocco come il precedente e quindi troppo simile. Ma non pensiate che sia stata una soluzione di comodo per accattivarsi i fans, questa scelta fu dettata solo dal bisogno di completare l’ispirazione e le idee degli ultimi 2 anni. TIE YOUR MOTHER DOWN scuote subito l’album con un suono essenziale e hard-rock e con una ritmica ossessiva che non lascia respiro all’ascoltatore. L’incandescente atmosfera poi si stempera per fare posto alle finezze pianistiche di TAKE MY BREATH AWAY, simile a LOVE OF MY LIFE ma un po’ più frammentaria. Ma non mancano le novità come il magnifico rock-gospel di SOMEBODY TO LOVE che rappresenta al meglio lo stile Queen: armonie vocali, ariose melodie, complessi cori (realizzati solo con le voci di May, Taylor e Mercury… niente coristi!), e assoli di chitarra elettrica. Non a caso SOMEBODY TO LOVE sarà un discreto hit (ancora una volta un 45 giri non comune, vista la sua lunghezza di 5 minuti) raggiungendo la posizione n°2 delle charts inglesi. MILLIONARE WALTS rappresenta al meglio ancora una volta la fantasia progressive di Mercury; la canzone si divincola tra danze a passo di valzer a ritmo cabarettistico, cori da paesi, dure divagazioni chitarristiche quasi metal, e lente melodie pianistiche. Desiderosi di nuove avventure i Queen esplorano anche il blues viscerale con WHITE MAN e ancora una volta la psichedelia con DROWSE, canzone distorta e stordita. Il rock di LONG AWAY non aggiunge spessore all’album ma è comunque un piacevole episodio. GOOD OLD FASHIONED LOVER BOY e YOU & I invece sono incursioni in territori pop e fanno notare la diversa concezione del genere da parte di Mercury e Deacon. La prima è infatti una composizione ancora vagamente ironica e retrò con tocchi cabarettistici e un assolo di chitarra elettrica; la seconda è una pop-song ordinaria piacevole ma niente più. La conclusione è assegnata a TEO TORRIATE, canzone con un intera strofa in giapponese dedicata appunto all’accoglienza che i fans del Sol Levante dedicano alla band. La composizione si pone come un inno e nel finale diventa un classico coro sulla stregua di IN THE LAP OF THE GODS…REVISITED. Il successo planetario dell’album non fa togliere comunque l’occhio a quanto si sta abbattendo nel panorama rock mondiale tra il ’76 e il ’77 ovvero l’avvento del punk. Le band del passato si sentono spiazzate osservando giovani che realizzano canzoni senza saper suonare: LED ZEPPELIN, GENESIS, QUEEN vengono considerati il passato da cancellare per la loro poca immediatezza.

I Queen reagiscono in maniera positiva all’avvento del punk adeguandosi ai tempi realizzando certamente il loro lavoro più scarno ed essenziale di sempre nonchè (forse) il loro lavoro più debole: NEWS OF THE WORLD esce nel Settembre 1977 e al suo interno si può notare appunto un certo insolito minimalismo. SHEER HEART ATTACK (nei cassetti della EMI dal 1974) è una canzone che potrebbero averla scritta i SEX PISTOLS o i RAMONES. Il suo incredibile e ripetitivo fruscio sembra appunto una risposta costruttiva al movimento del “no future”. L’incredibile e viscerale spontaneità dei brani è esemplificata nel maestoso zep-rock di IT’S LATE, una delle canzoni più riuscite dell’album, che travolge fin da subito l’ascoltatore. Anche MY MELANCHOLY BLUES rappresenta al meglio la spontaneità nonchè la tristezza di Mercury. L’eliminazione di pesanti sovraincisioni (marchio di fabbrica del passato) è evidente nella pop-song di SPREAD YOUR WINGS, la più travolgente composizione di Deacon e in FIGHT FROM THE INSIDE dove si intravedono, oltre alle selvagge chitarre elettriche, prime sonorità dance e funky, territorio nel quale la band ha sempre dato il peggio di sè. SLEEPING ON THE SIDE WALK, filler all’ennesima potenza, è realizzata addirittura in presa diretta rievocando certe blues-song degli anni 60. Non contenti i Queen esplorano anche ritmi latini con WHO NEEDS YOU che però stenta ad emozionare così come la dolce composizione ALL DEAD ALL DEAD che non riesce a decollare come dovrebbe. Interessanti esperimenti sonori sono invece inseriti in GET DOWN MAKE LOVE, dove nella sezione centrale un incredibile effetto di echi crea una scarica di confusione e gemiti atti a ricordare un orgasmo. Ma l’album sarà un campione di vendita grazie all’accoppiata WE WILL ROCK YOU e WE ARE THE CHAMPIONS, incredibili canzoni da stadio che verranno suonate a ripetizione negli anni a venire in ogni competizione sportiva. La prima è un incredibile scarica di adrenalina condensata in due minuti con il classico battito e frastuono ottenuto con le mani; la seconda è un inno come solo Freddie sa comporre e con la sua indubbia semplicità ti penetra nell’animo per non lasciarti mai più.

Dai’ 70 agli ’80
Con “NEWS OF THE WORLD” i QUEEN sfondano definitivamente nel mercato americano ma non smettono di fare e suonare buona musica: nell’Ottobre 1978 esce JAZZ in cui la qualità globale dell’album si alza a discapito forse della resa dei singoli pezzi. Al suo interno manca certamente un mega-hit come era presente nei 3 precedenti album ma nel complesso il disco risulta superiore al precedente. A dominare sono le sonorità hard-rock rivisitate e lavate da ogni elemento inflazionato del genere. BICYCLE RACE ne è un ottimo esempio: è un hard-rock schizofrenico con tinte ironiche e con un testo che inneggia al disimpegno; FAT BOTTOMED GIRLS rievoca invece SWEET LADY ed in effetti risulta a tratti nauseante benchè possieda un graffiante riff. Il superamento del classico hard-rock è evidente in veloci riff (quasi METAL)e virtuosismi vocali: DEAD ON TIME è una scarica veloce e dinamica, fonte di influenza questa volta per il nuovo guitar hero Van Halen. Lo stesso dicasi per IF YOU CAN’T BEAT ENJOY THEM che però sfodera un tasso melodico più alto. Più mutevole ma sempre indirizzata verso sonorità hard è l’ironica LET ME ENTERTAIN YOU, classico apripista di concerti, in cui il gruppo ironizza sul proprio entourage smitizzando tutto il mondo del rock: è forse quello che i critici non hanno mai capito, accusati sempre di essere troppo pretenziosi i Queen sono poi stati sempre i primi a prendersi in giro. Una famigerata recensione su questo album della rivista “ROLLING STONE” liquida il gruppo come “fascista”! Oltre all’hard-rock, in JAZZ, vi è la solita carrellata di stili: da momenti più rilassanti e soft come JELOUSY (con tinte orientaleggianti) e IN ONLY SEVEN DAYS a incursioni nel blues elettroacustico di DREAMERS BALL. La pop-psichedelica LEAVING HOME AIN’T EASY sembra ripercorrere la strada di FRIENDS dei LED ZEPPELIN per poi evolversi in una più rilassata composizione. Ma nel disco non mancano nuovi esperimenti: Mercury esplora la musica turca e orientale nell’inquietante MUSTAPHA, un brano riuscitissimo, in cui un terrificante hard-rock si alterna appunto a musiche tipicamente orientali. Taylor invece esplora il funk scarno e minimalista con FUN IT e MORE OF THAT JAZZ dove ancora si respira una relativa freschezza che non si vedrà più con i successivi lavori. A conclusione c’e’ DON’T STOP ME NOW, capolavoro dell’album, una specie di boogie elaborato con la solita fantasia di Mercury con cambi di tempo vertiginosi e gasanti cori.

Il successo di JAZZ è inferiore al precedente disco e con l’uscita diLIVE KILLERS, fantastica fotografia del gruppo dal vivo, edito nel Giugno 1979 si chiude la prima (ed esaltante) fase della band. Il tentativo di interrompere la routine 45 giri-33giri-tour viene esaminata con il Crazy Tour del 1979, in cui la band senza un album da prommuovere va a suonare in piccoli locali con cui stare a contatto col pubblico. Nel settembre 1979 esce infatti solo il singolo CRAZY LITTLE THING CALLED LOVE che incredibilmente rivela certe sonorità anni ’50, una canzone più di PRESLEY che dei QUEEN, che stenta ad esaltare vista la sua indubbia ripetitività. Ciò nonostante sarà un successo mondiale e, naturalmente, il loro primo n°1 negli States, incoraggiando quindi la band a continuare la via del rinnovamento. SAVE ME esce ancora una volta solo come singolo nel gennaio 1980 e nonostante la sua “quenità” non otterrà il successo sperato.

A questo punto i Queen si gettano in studio per realizzare il nuovo album ma a causa sia di scarsa creatività sia di poco tempo a disposizione si deciderà di includere anche i due precedenti singoli nel disco. Inoltre per la prima volta verrà usato il tanto odiato sintetizzatore limitativamente ad alcuni brani, cosa che farà storcere il naso a tanti fans della vecchia guardia. THE GAME esce nel giugno 1980 ed è un lavoro minore, ma nonostante questo fu il loro album più venduto negli States grazie ad un azzeccato singolo: PLAY THE GAME è certamente una delle poche canzoni che si salva. L’iniziale suono sintetizzato non toglie nulla all’indubbia qualità della canzone che ricorda tanto le sonorità Queen di 5-6 anni prima (pianoforte, chitarra, voce di Mercury in primo piano) Inoltre la sezione ritmica è rinvigorita dal nuovo produttore (MACK) e la chitarra è più tagliente e graffiante che in passato. Anche SAIL AWAY SWEET SISTER (che è stata poi suonata spesso dai GUNS’N’ROSES) non dispiace benchè manchi di qualcosa che la faccia decollare. All’interno dell’album non si può comunque non notare un elevato minimalismo nonchè un incredibile scarnezza negli arrangiamenti: se dico che PLAY THE GAME è la canzone più barocca del disco è facile intuirlo. DON’T TRY SUICIDE e ROCK IT sono classici esempi di orrendo funk che non meriterebbero di stare su un album dei Queen. Più curato ed energetico i funk-rock di ANOTHER ONE BITES THE DUST e DRAGON ATTACK. La prima si basa su un ipnotico giro di basso di Deacon e dall’incredibile performance vocale di Mercury; la canzone sarà n°1 negli USA nonchè il singolo della band più venduto di tutti i tempi. La seconda è un insolito e tortuoso funk con un oscuro testo; se non altro è un piacevole episodio. NEED YOUR LOVING TONIGHT e COMING SOON sono abbastanza trascurabili ma possono comunque essere considerati convincenti e distorte canzoni. Nel complesso quindi un album assolutamente inutile e brutto che però convincerà i Queen a continuare su questa strada grazie all’incredibile successo ottenuto.

L’attività frenetica della band farà realizzare loro un altro album nello stesso anno: nel dicembre 1980 esce infatti FLASH GORDON, colonna sonora dell’omonimo (e trascurabile) film. Il disco naturalmente naufragherà con la pellicola nonostante una indubbia originalità nella sua relizzazione: infatti non vivrà di vita propria e inoltre i due elementi caratteristici del gruppo cioè la chitarra di May e la voce di Mercury scompariranno dalla produzione a favore del tanto odiato (in passato) sintetizzatore, ora assoluto protagonista del disco. In effetti l’illustre compagno riesce a descrivere alla perfezione lo stato d’animo nonchè le varie situazioni del protagonista del film. Le composizionii degne di nota sono 4-5 cioè THE RING, FOOTBALL FIGHT (interessante esempio di hard-rock elettronico), EXECUTION, THE KISS oltre alle due uniche “canzoni” del lotto: FLASH’S THEME (singolo di dicreto successo del disco) e THE HERO. FLASH si basa su una insolita (per la band) ritmica squadrata ed in crescendo prima di esplodere nel noto ritornello in coro per poi finire in una classica melodia queeniana fatta di pianoforte e voce. Qui Mercury raggiunge un livello vocale incredibile e ci si domanda il perchè nel disco la sua voce non sia possibile quasi mai sentirla. Il 1981 viene trascorso dalla band in tour in paesi ancora inesplorati da musicisti rock (Sudamerica). Il successo sarà tale che in Argentina durante la loro permanenza ai primi 10 posti della classifica dei dischi c’erano…10 lp della band! Taylor fa anche uscire il suo disco solista FUN IN SPACE mentre in luglio tutto il gruppo si ritrova in studio per le registrazioni del nuovo album che però procede a rilento a causa delle elevate distrazioni a cui il gruppo è sottoposto.

A Ottobre 1981 esce GREATEST HITS, una loro raccolta dei precedenti hits. Il successo del disco è fenomenale in tutto il mondo (non è mai uscita dalla Top50 inglese ed è stata in Top10 per 3 anni di fila). In contemporanea esce come singolo la straordinaria UNDER PRESSURE, nata da una jam session con DAVID BOWIE. La canzone è sostenuta dal famoso giro di basso di Deacon per poi esplodere in un rock dal tipico livello “antemico” alla Queen. UNDER PRESSURE sarà la loro seconda n°1 inglese dopo BOHEMIAN RHAPSODY.

Anche nella prima parte del 1982 il gruppo è distratto dalla vita notturna di Monaco, soprattutto Mercury, e finisce per sperimentare bizzarre (per non dire orrende) sonorità DISCO. Ad Aprile 1982 esce HOT SPACE, ed è una delusione per i fans storici del gruppo (non a caso sarà il disco meno venduto da QUEEN II a questa parte). Il tipico suono Queen è ormai scomparso a favore di materiale a metà strada tra funk e disco. L’iniziale STAYING POWER riassume i contenuti del disco: la canzone di per sè sembra essere di grande impatto e dotata di una certa energia ma il tutto viene rovinato da ritmiche squadrate nonchè da orrendi fiati sintetici che rendono l’atmosfera della canzone fredda e distaccata. DANCER riesce ad andare ancora peggio, sembra di sentire MICHAEL JACKSON più che i QUEEN, e la canzone cade subito nel dimenticatoio. Tutta la prima facciata di HOT SPACE è costituita da materiale impensabile per un gruppo rock: BACK CHAT, un numero funk-dance, si salva grazie al memorabile assolo di May (la prima canzone dance con un assolo rock al suo interno). Il disco dà il peggio di sè con l’orrenda BODY LANGUAGE, in cui il gruppo fa capire di non sapersi tanto confrontare con l’elettronica, e con la pesante (elettronicamente) ACTION THIS DAY. La facciata B dà un po’ di gioia ai fans: PUT OUT THE FIRE, non è altro che un hard-rock di maniera ma quantomeno prova a scuotere l’atmosfera ballabile del disco. LIFE IS REAL è una classica canzone d’amore di stampo mercuriano anche se a suo discapito dobbiamo dire che la fredda tastiera al posto del pianoforte poteva essere tranquillamente evitata. CALLING ALL GIRLS esplora ritmi quasi spagnoleggianti ma anch’essa stenta a far ricordare di sè; stesse atmosfere “calienti”si ritrovano in LAS PARABRAS DE AMOR che, nonostante un andamento dolce e gentile, viene rovinata da tastiere orripilanti e da un ritmo troppo orecchiabile. La raffinatezza “soul” di COOL CAT, dove Mercury sfodera un registro vocale altissimo degno di un tenore, fa aumentare la piacevolezza (bassissima finora) del disco. Lo stesso dicasi per la già citata UNDER PRESSURE, posta a conclusione di un disco che ha poco a che vedere con il fantastico duetto QUEEN-BOWIE. Dopo l’uscita e il fallimento del disco la band, ormai in crisi, si prende un periodo di riflessione per tutto il 1983 chiudendosi in studio dal’agosto del 1983 cercando di ritrovare sonorità più hard.

THE WORKS esce nei primi mesi del 1984 e si pone come un disco di passaggio tra i fallimenti del recente passato e la ritrovata energia del futuro. Nell’album non mancano passaggi hard-rock, ma neppure orrende parentesi elettroniche nonchè certi luoghi comuni del pop anni 80. Dal funk il gruppo, grazie a 2 memorabili (solo x vendite) singoli, sembra passare al “pop” mascherando certe interessanti intuizioni hard. RADIO GA-GA, fenomenale canzone che ripropone lo stile corale e da inno della band, su disco risente di eccessivi “trattamenti” elettronici e risulta troppo in linea con certi standard anni 80. I WANT TO BREAK FREE, il secondo singolo, risente di musica di facile ascolto, assolutamente non meritevole di essere cantata dal gruppo ed inoltre propone un’orrenda ritmica squadrata e un vomitevole assolo in cui le parti più spigolose e hard sono state smussate ed eliminate. Inutile a dirlo ma dal vivo le due canzoni ritroveranno la giusta carica e la giusta energia. Anche MACHINES risente di un pesantissimo aiuto dall’elettronica e risulta nauseante fin dal primo ascolto. MAN ON THE PROWL è una assolutamente inutile composizione, quasi una “CRAZY LITTLE THING CALLED LOVE 2”, che non meriterebbe di stare nemmeno come b-sides. Naturalmente non mancano gli episodi pregevoli: TEAR IT UP e HAMMER TO FALL sono interessantissimi episodi hard-rock; la prima ha un brutto suono di batteria sintetica ma è decisamente energetica; la seconda è una ventata d’aria fresca per i puristi del rock e si pone come una delle più belle canzoni hard-rock della band. IT’S HARD LIFE è una dolce e triste nenia pianistica tipica di Mercury che ricalca con ritrovata modernità le orme di LOVE OF MY LIFE; KEEP PASSING THE OPEN WINDOW è invece una dinamica canzone pop-rock ed è un invito a non suicidarsi ed a tenere duro, cosa già affrontata con KEEP YOURSELF ALIVE. In conclusione è posta IS THIS THE WORLD WE CREATED?, una canzone a metà strada tra folk e pop, in cui il gruppo per la prima volta della sua storia evita le sonorità elettriche (cioè la canzone è tutta acustica); niente di eccezionale ma quantomeno un raro esempio nel disco di purezza.

Dal 1984 al 1991
Il 1984 e il 1985 sono anni memorabili per il gruppo: dopo il trascurabile singolo natalizio THANK GOD IT’S CHRISTMAS, nel gennaio 1985 ci fu la straordinaria partecipazione al ROCK IN RIO, seguita dall’uscita del primo lavoro solistico di Mercury e soprattutto dall’incredibile performance nel LIVE AID nel luglio 85 dove alla band verrà riconosciuto all’unanimità di aver rubato lo show. Il gruppo si ripresenta così in studio pieno di entusiasmo e desideroso di cancellare le mediocri prove del passato. Dapprima un singolo hard come ONE VISION nel dicembre 85 e poi con il disco A KIND OF MAGIC, che esce nel giugno 86. ONE VISION posta all’inizio dell’album esordisce con schitarrate hard-rock quasi “americane”e fa capire che i Queen sono tornati a ciò che è di loro competenza ovvero il rock. Non mancano però i brani mediocri: PAIN IS SO CLOSE TO PLEASURE è un soul simpatico ma niente di più. DON’T LOSE YOUR HEAD è un interessante esperimento di musica oscura e black ma stenta a far capire i suoi intenti. A KIND OF MAGIC è invece un riuscitissimo funk-rock (n°1 in tutte le classifiche del mondo) dotato di un energia e di una freschezza inimmaginabile nonchè di un Mercury in eccellente forma. La ritrovata fantasia e il ritorno a vere sonorità hard si materializza nella schizofrenica (e vagamente ironica e antemica) PRINCES OF THE UNIVERSE e nelle pure scariche heavy-metal di GIMME THE PRIZE (le due canzoni sono quasi gemelle). Ma oltre alle ritrovate sonorità rock l’album si segnala per l’uso (per la prima volta) delle orchestre: nascono così capolavori ispirati come WHO WANTS TO LIVE FOREVER e ONE YEAR OF LOVE, entrambe dotate di una gentilezza e di una piacevolezza elevata benchè alla lunga annoino. E non ci si può scordare di FRIENDS WILL BE FRIENDS che riprende lo stile corale tipico dei queen, una canzone coinvolgente che si schiera sulla falsariga di WE ARE THE CHAMPIONS e IN THE LAP OF THE GODS…REVISITED. Nel complesso quindi la band riesce a ritornare ad ottimi livelli dopo 6 anni di scarsi risultati; nel 1986 tra l’altro spettacolari concerti dal vivo lanceranno il gruppo nell’olimpo delle live band. Dopo la inutile e commerciale pubblicazione di un frammentario LIVE MAGIC alla fine dell’anno il gruppo si prenderà un po’ di vacanza per dedicare tutto il 1987 e gran parte del 1988 tra progetti solistici e qualche capatina in studio.

Nel maggio 1989 esce finalmente il loro 16°album: THE MIRACLE. Per la prima volta tutte le canzoni sono accreditate al gruppo e non ai singoli componenti. Infatti non si può non notare una insolita coesione nella stesura e nella realizzazione dei brani. THE MIRACLE segna un ulteriore passo avanti della band e a testimonianza di questo vi è la numerosa crezione di canzoni, molte delle quali vengono inserite anche come b-sides di singoli. L’album si divide 50/50 tra hard-rock zeppo di energia e pop di grande impatto. PARTY e KHASHOGGI’S SHIP sono due canzoni gemelle e rappresentano il lato duro della band; la prima che ricorda nel ritmo WE WILL ROCK YOU colpisce per l’incredibile compattezza dei cori e per la durezza delle chitarre; la seconda, un hard-rock schietto, duro e spontaneo, ha certi riff e certe ambientazioni che ricordano i primi LED ZEPPELIN di GOOD TIMES, BAD TIMES. I due testi sembrano prendere in giro la vita sconsiderata delle rockstar, Mercury sembra quasi riguardare al passato conscio ormai che la sua ora si sta avvicinando. La title-track è invece un inno alla vita realizzato nel classico stile Queen: pianoforte, voce da brividi di Mercury, chitarra di May e finale mutevole e fantasioso. WAS IT ALL WORTH IT, che è considerato il testamento di Mercury, esplode in un moderno hard-rock con alcuni interventi di orchestra campionata: un ottimo esempio da quanto espresso dalle liriche. I WANT IT ALL e BREAKTHROU, i singoloni dell’album, fanno riscoprire il gruppo a chi lo credeva morto e privo di carica. L’energia sprigionata dai due brani è notevole e sembra riportare il gruppo ai fasti degli anni 70. La prima è un pop-hard-rock dagli incredibili toni e dai veloci riff di chitarra e da un ritornello in coro che rimarrà negli annali della musica per anni. La seconda è un pop-rock che riesce però incredibilmente a sprigionare energia da tutti i pori ed ha quel tipico suono che sembra ricordare una locomotiva. MY BABY DOES è un ottimo soul riuscito come lo era stato COOL CAT. Pochi gli episodi negativi: lo è certamente RAIN MUST FALL, gradevole ma assolutamente noioso e THE INVISIBLE MAN, ancora una volta troppo pop e troppo elettronico, che sembra riportare la band indietro di 5 anni. SCANDAL benchè anch’essa eccessivamente elettronica è dotata di ottimi spunti melodici e di una discreta carica. Nel complesso quindi THE MIRACLE è un album solare, diretto, schietto nella maggior parte delle canzoni e con un Mercury sbalorditivo, che forse a causa del suo stato emotivo, canta in maniera eccezionale.

La band torna subito in studio (dopo aver pubblicato un fantastico album, QUEEN AT THE BEEB, in cui vengono riproposte interessanti registrazioni del 1973) secondo le volontà dell’ormai morente Mercury che chiede alla band di assecondarlo nelle sue idee. I 3 si racchiuderanno intorno al leader realizzando un lavoro pregno di tensione emotiva nonchè il loro capolavoro dai tempi di A NIGHT AT THE OPERA. Infatti la band riprende i suoni degli anni ’70 elaborandoli con le tecnologie moderne e inserensoli in interessanti canzoni. INNUENDO esce nel febbraio 1991 e colpisce subito per le sue trame intricate le atmosfere uggiose e i suoni ampi, rarefatti, densi di emozione in netto contrasto con la solarità di THE MIRACLE. L’album inizia come una bomba: INNUENDO gareggia per stile e lunghezza con BOHEMIAN RHAPSODY, (infatti lanciata come singolo sarà n°1 nelle charts nonostante i suoi 6 minuti e 30). La canzone è un pugno in faccia per la sua originalità e per la sua mestosità: l’inizio rullante per tastiera e batteria si dissolve presto in un terrificante hard-rock in cui la voce di Mercury dà brividi impensabili; ma dopo 3 minuti di canzone l’atmosfera si dissolve ed ecco spuntare una dolce chitarra acustica che descrive una lenta nenia prima di esplodere nel famoso ritmo spagnoleggiante ad opera di Howe degli YES; dopo il bridge chitarristico è la volta di un valzer a mò di operetta che sfocia in un assolo di May; quindi i toni si fanno più cupi e la batteria ci riporta al riff iniziale che ci conduce alla fine della canzone dopo 6 minuti e 30 passati senza fiato. Ma INNUENDO non è l’unica canzone dell’album mutevole e insolita: I’M GOING SLIGHTLY MAD è una oscura composizione con atmosfera anni 50 e suoni ora cupi ora caldi. ALL GOD’S PEOPLE è invece un mutevole (e pure vagamente psichedelico) gospel che si alterna tra sferzanti chitarre blues e interessanti divagazioni melodiche. BIJOU rompe gli schemi della canzone classica: è formata da un lungo assolo di May, fatto di classe emozione e tecnica, che si intreccia con la melodia centrale della voce di Mercury. Prima protagonista dell’album è anche per una volta la batteria di Taylor che puntella ogni canzone con i suoi rulli: la cosa è evidente in RIDE THE WILD WIND (ideale seguito di I’M IN LOVE WITH MY CAR) uno sfavillante rock che fa volare l’ascoltatore, dotato di un assolo memorabile di May. Per conto suo la voce di Mercury raggiunge i vertici in DON’T TRY SO HARD, una dolce composizione melodica dalle incredibili tinte oscure: freddie a causa del suo stato emotivo riesce a mettere a nudo i contorni della propria anima provocando emozione. DELILLAH è invece il momento leggero del disco ma non rappresenta assolutamente una canzone banale col suo incedere sbarazzino e felice e il suo classico assolo in wah-wah di May (che fa il verso al gatto). Di certo non mancano neppure le canzoni energetiche nel mero stile hard-rock: I CAN’T LIVE WITH YOU, HEADLONG e HITMAN sono tre cavalcate altamente adrenaliniche dall’incedere ipnotico e ripetitivo. Le prime due sono arrangiate in maniera più moderna, con tastiere, interessanti cori e discrete melodie. La terza ha un impatto brutale al limite del METAL e colpisce per la sua schiettezza. A conclusione non possiamo non citare THESE ARE THE DAYS OF OUR LIVES e THE SHOW MUST GO ON che per i loro testi e la loro tristezza segnano la fine del capitolo Queen per sempre. La prima è un brano mesto ma sereno volto a ricordare gli anni passati trascorsi con felicità e si pone in linea con le migliori ballate strappalacrime del gruppo. La seconda è un inquietante e tetro testamento dotato di una meravigliosità impensabile grazie anche a un freddie sempre più emozionante. Freddie Mercury muore nel novembre 1991 a causa delle conseguenze dell’AIDS poco dopo la pubblicazione del campione di vendite GREATEST HITS II, provocando la commozione di tutto il mondo del rock. BOHEMIAN RHAPSODY ristampata come doppio lato A insieme a THESE ARE THE DAYS OF OUR LIVES schizza al n°1 delle classifiche inglesi per 5 settimane a testimonianza di come il mito Queen con la morte del leader si sia ancora di più rafforzato. Il LIVE AT WEMBLEY edito nel 1992 è solo una bieca operazione commerciale dall’ottimo successo. Per aspettare l’album finale dei QUEEN realizzato con il materiale realizzato con un Freddie degente nei primi mesi del 1991 bisogna aspettare la fine del 1995.

Capitolo finale
MADE IN HEAVEN all’atto della sua pubblicazione provoca mille polemiche a cominciare dalla contraddittoria copertina che ritrae Freddie sulle rive del lago di Montreaux ma soprattutto a causa del fatto che i veri e propri inediti sono solo 5. Di fatto non si può giudicare l’operazione commerciale: bisogna rispettare la volontà di un uomo che ha donato tutta la vita alla musica e che per esorcizzare la malattia ha continuato a cantare e a suonare fino all’ultimo istante. L’album nel suo complesso risulta l’album più rilassato del gruppo: al suo interno si respira un senso di pace alternato a mille riferimenti alla vita e alla morte. Certo non si può non notare una certa mancanza di energia, cosa che da sempre caratterizza gli album della band. A WINTER’S TALE è una delle canzoni che più colpirà i fans per il suo incedere lento rilassato e per le sue liriche sognanti. Tutt’altra aria tira in YOU DON’T FOOL ME: la canzone è un funk-rock a metà starda tra ANOTHER ONE BITES THE DUST e BACK CHAT ma stavolta i QUEEN riescono ad accapezzarsi nel genere realizzando un’ipnotica atmosfera e un incedere intrigante. In mezzo poi non è possibile non citare il memorabile assolo di May, uno dei migliori della sua carriera. LET ME LIVE è un altro piacevole inedito in cui si odono vibranti squarci di chitarra e deliziosi cori gospel alla SOMEBODY TO LOVE: nella canzone inoltre May, Mercury e Taylor si dividono il ruolo di lead vocalist per la prima volta. MOTHER LOVE scritto da Mercury è l’ultima trccia da lui cantata ma nondimeno non si può non sentire l’incredibile profondità ed energia della sua voce nonostante ormai stesse soccombendo. la forza di volontà del cantante non è bastata e gli ultimi versi della canzone sono ad opera di May. Nel brano Freddie sembra per la prima volta piegarsi al suo destino ed è in assoluto uno dei brani più malinconici, seri ed emozionanti della carriera del gruppo. A questo punto i 3 Queen superstiti anzichè ricorrere ad un computer con tracce isolate di Mercury decidono di ripescare canzoni che per un motivo o l’altro erano state escluse da precedenti album della band. Così si ritrovano la solarità iniziale di MADE IN HEAVEN e I WAS BORN TO LOVE YOU pensate per THE WORKS ma poi usate nel lavoro solistico di Mercury. Il gruppo ridà alle canzone l’arrangiamento (rock) iniziale memore delle lezioni del passato riuscendo a conferire alle canzoni una meravigliosità quasi impensabile. Soprattutto la title-track pare arrangiata nel modo migliore possibile. Pure HEAVEN FOR EVERYONE (primo singolo) e TOO MUCH LOVE WILL KILL YOU erano state pensate per album del gruppo (la prima per A KIND OF MAGIC, la seconda per THE MIRACLE) prima di essere usate per i lavori solistici di Taylor e May. La prima è un rock degno dei Queen con un ritornello coinvolgente e in crescendo anche se alla lunga può stancare; la seconda è una ballata per piano densa di carica emotiva e con un assolo ancora una volta memorabile. Anche MY LIFE HAS BEEN SAVED non è inedita in quanto era stata pubblicata come b-side nel 1989 e poi riarrangiata in maniera meticolosa è apparsa su MADE IN HEAVEN convincendo ancora di più sulla sua bellezza. Ma il senso dell’album è certamente celato nel brano (5°inedito) posto ad inizio e conclusione del disco: IT’S A BEAUTIFUL DAY è una dichiarazione di voglia di vita fatta da Mercury nell’unico modo che sapeva, ovvero sedendosi al piano e cantando l’amarezza di quei tristi giorni: finchè fuori ci sarà un giorno da respirare nessuno potrà fermarlo…

L’album dà nuova linfa alle vendite (meritate) per la band che non sapendosi più cosa inventare pubblica una originale raccolta nel 1997, QUEEN ROCKS, che contiene solo canzoni hard-rock con in più un inedito scritto da May in onore di Diana (e Freddie), NO ONE BUT YOU: è un lento interessante con ottime parti per chitarra e pianoforte ma l’album sarà ovviamente un mezzo flop: ormai in questi 7 anni i QUEEN hanno venduto milioni e milioni di copie e tutti oramai conoscono ogni singola canzone della band.

Così ancora più squallida è l’operazione di GREATEST HITS III (che vende molto meglio), album che contiene gli ultimi singoli più qualche orrendo remix che ha fatto rigirare Freddie nella tomba: UNDER PRESSURE REMIX, ANOTHER ONE BITES THE DUST REMIX, ecc ecc… Ancora più ignobile la collaborazione con i FIVE in WE WILL ROCK YOU o con WILLIAMS in WE ARE THE CHAMPIONS: i guadagni ci sono stati ma l’unico merito di queste cose è quello di tenere vivo nei fans giovani il nome del mito QUEEN.

[di Giorgio per Hit Parade Italia]
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